7 – As I like it or “The eyelash part II”

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La stanza era buia quando Rudi spalancò la porta, facendo entrare musica e luce. Poi e fotocellule scattarono e lui con esse nello scorgere poggiata al lavandino la regina della spocchia, Lady Ligeia.

- Chi c’è? – comandò la donna torcendo il busto verso di lui.

Rudi notò che si era voltata senza aprire gli occhi e che il trucco attorno a uno di essi era sbafato. Fece un passo verso di lei.

- Chi sei? -

- Oh. Ehm, sono il barman… tutto bene? -

Silenzio

- Tutto bene? Hai bisogno di una… Devo chiamare qualcuno? -

- NO! -

- Ok, ma eri qui con le luci spente… da quanto tempo stai immobile? -

- Barman, sai tenere la bocca chiusa? -

Rudi strinse gli occhi e  incrociò le braccia sul petto, in piedi nel mezzo della stanza.

- Sono Rudi e non stai usando la parola magica -

La donna piegò il capo poggiandosi al piano di ceramica, così come lui l’aveva trovata entrando e addolcì il tono della voce.

- Rudi, per favore, mi puoi aiutare? -

- Ti sei ferita gli occhi con gli artigli? -

La donna alzò una mano mostrando i guanti. Anche se con gli occhi chiusi e nervosa, si muoveva con grazia. Rudi si chiese se il Conte talvolta la bendasse durante i loro giochi. Faranno dei giochi? Il Conte ha la faccia di uno che ne fa parecchi. Smettila, Rudi, – si diceva – che ti fai domande sulla regina delle fighe di legno, neanche sa che sei un essere umano. E poi è brutta. Dio mio, guarda quanto è finta! Quanto saranno quei tacchi? Quindici centimentri? Venti? E quanta roba ha in faccia? Mi domando come abbia fatto sinora a sbattere le palpebre con quei chilometri di ciglia finte. Ed è pure stronza. Arriva e parte sempre accanto a quel damerino, silenziosa e adesa come un’ombra. Non parla a nessuno, non sorride a nessuno. Ti ha mai ringraziato per tutti quei cocktail nel prive? L’unico angolo di questo schifoso locale dove ti tocca il servizio al tavolo? E tu adesso la vuoi aiutare, solo perché ti ha chiesto per favore, solo perché con questo niente di pizzi neri che ha addosso e gli occhi chiusi è così bella da fare male.

Scosse la testa e si avvicinò alla donna, che a tentoni trovò la sua mano e la prese fra le sue guantate. Aggrottando le sopracciglia fatte ciascuna d’un solo lungo sottile tratto di pennello nero disse: – ti prego -

- Non mi devi pregare. Certo che ti aiuto -

- Quando tento di aprire l’occhio sinistro fa molto male e non riesco a guardare dentro perché lacrima troppo -

- Aspetta, prima di toccarti gli occhi mi lavo le mani. Togli i guanti e fallo anche tu, mi dovrai aiutare -

La donna esitava. Rudi le aprì il rubinetto che aveva davanti, mentre lavava le proprie mani nel lavandino accanto. Allora Ligeia sfilò i guanti e Rudi vide che, contrariamente alle altre notti in cui era comparsa nel locale senza guanti, le sue unghie non erano lunghe e dipinte di nero, ma cortissime e sottili, quasi trasparenti. Non disse nulla e si asciugò le mani nel tovagliolo pulito che portava sulla spalla. Poi le chiese di aprire piano l’occhio, ma questo iniziò subito a lacrimare copiosamente, impastando tutto il trucco.

- No, no. Non va. Fermiamoci. Prima dobbiamo togliere questa roba dalla tua faccia. Non voglio danneggiarti l’occhio. Nella borsa al tuo tavolo hai qualcosa per togliere il trucco? -

La ragazza gli prese nuovo le mani: – Non andare al tavolo, ti prego! -

Ma perché si spaventa tanto? A quel tavolo non sono forse tutti amici suoi? E poi c’è il Conte, il suo cavaliere, il suo amante. Forse non le vuole bene, le sue mani tremano alla sola idea che lui la sorprenda in questo stato e sono così fredde. Morbide e fredde. Pensare che io da quella notte che ho visto la ragazzina con la pelle fluorescente ho addosso un calore. Specie nelle mani. Sento così caldo che questo tocco gelato mi da sollievo. Regina delle gothic lolita, lo sai che quando ti agiti mi sembra di annegare nel tuo profumo? Non so se sei tu che ne hai messo troppo o se sono io che dall’altra notte sento tutto più forte, ma se continuo a respirarti mi farai svenire. Dio, come sai di buono. E sei anche gentile quando vuoi. Rudi smettila, allontanati adesso o la scuffia per lady ce-l’ho-fatta-d’oro Ligeia sarà inevitabile. La calmò e spiegò di doversi allontanare pochi minuti e di aspettarlo senza fregare gli occhi. Promesso? Promesso.

Quando Rudi tornò nel bagno unisex con una ciotola e degli strofinacci freschi di lavanderia trovò Ligeia con le spalle contro la parete trapuntata. Le sue  braccia bianche tracciavano l’arco di immaginarie ali su e giù sulla seta nera. Era un bene che lei non potesse vederlo in faccia in quel momento. Ma sì, continua così mia regina, fammi male.

- Eccomi! Avvicinati al lavandino -

Avvicinò la ciotola al suo viso

- Cos’è questo odore? Sembra burro -

- Sembra burro perché è burro -

La ragazza fece un passo indietro.

- Tranquilla, vieni. Il grasso scioglie il trucco per gli occhi -

La ragazza piegò il capo da un lato. Il suo sopracciglio destro sparì sotto la frangia.

- Vivo in casa con due donne… fidati. E’ così. Non avendo latte detergente useremo il burro. Adesso vieni qua e stai buona -

Ci volle metà panetto per liberarle gli occhi da ombretto sbafato, eyeliner squagliato, mascara colato, glitter e ciglia finte, ma quando Rudi ebbe finito la ragazza poteva aprire almeno l’occhio destro senza lacrimare. Finalmente libera di vedere, lo squadrò come un pirata guercio.

- Uhm. Sei quello giovane – e sorrise un po’ di sghembo.

- Che significa? Ehi, io ti ho aiutato -

- Grazie – e fece una profonda riverenza.

Oh signore, vuole uccidermi. Si vede tutto. Ho visto tutto. Adesso capisco perché Luigi XIV proibiva alle dame di corte di mettersi lo scialle in sua presenza e gli faceva indossare quei vestiti strizza-tette. Rudi, chiudi la bocca, stai per sbavarle sul seno, letteralmente.

- Sì… ehm… prego. Vediamo di sistemare il vero problema adesso -

Aprendole  l’occhio di un soffio Rudi vide che una lente a contatto si era accartocciata nel centro dell’occhio, come la pupilla verticale di un serpente, e con gli spigoli la graffiava. Mettendo il viso della ragazza sotto il getto del rubinetto, aperto in modo da far scendere l’acqua in un filo sottile, riuscì a far scorrere via la lente. Una volta libera, la ragazza tolse anche l’altra e poi guardò a lungo nello specchio come se fosse sorpresa di quello che stava vedendo. Non si riconosce? Ci va anche a letto con quel mascherone addosso? Ma… di che colore ha gli occhi?

- Ma tu hai gli occhi gialli! No, aspetta, non sono gialli, sono… verdi? Marroni? -

- Sono color ambra e sono rari -

- Ma allora perché li copri? -

- Perché il più delle volte sembrano gialli. Lo hai detto anche tu, barman Rudi – gli porse la mano – A proposito, io sono Caterina -

Caterina strinse con vigore la sua mano e con la stessa decisione strappò via una delle sue sottogonne di pizzo. Ne tirò via una striscia piuttosto precisa e se la sistemò sul viso come fosse una maschera, fissandola dietro la testa con un fiocco. Si rimise i guanti, si raddrizzò il corpetto.

- Grazie Rudi, ti devo un favore, ma capisci anche tu che fuori di qui… -

Caterina gli strinse di nuovo la mano e gli voltò le spalle, lasciando il resto della sottogonna sul lavandino del bagno. Quando un minuto dopo Rudi uscì vide che Lady Ligeia aveva ripreso il proprio posto accanto al Conte, come sempre impassibile. Adesso quando torno chi lo sente Carlo. L’ho mollato da solo dietro il bancone almeno mezz’ora per fare da paggio a Miss In-Pubblico-Non-Mi-Parlare-Servo. Mi domando se il Conte si è accorto di qualcosa, se gli importa qualcosa di questa specie di schiava pazza che gli sta appresso. Sei proprio bella, stronza. Rudi non la fissare. Non me ne frega niente. Gli occhi li ho per guardare. Da oggi la finiamo con la deferenza. E la finiamo anche con le paranoie. Io c’ho un caldo addosso che mi pare d’andare a fuoco e mi sono rotto di questo non lo posso dire, questo non lo posso fare. Con le donne si dice così, si fa così… A quel paese! Con rispetto, ma da oggi cambia la musica. Pensava questo passando davanti al prive del Conte con le tende di velluto aperte, i cortigiani impettiti e Lady Ligeia che si sforzava di non guardarlo ma in realtà seguiva il suo percorso. E poi lo fece. Si fermò davanti al loro tavolo. Portò al viso il pizzo che teneva stretto nel pugno. Inspirò a fondo il profumo della donna e con quel pugno le mandò un bacio. La donna sgranò gli occhi d’oro e, solo per un secondo, abbassò lo sguardo. Il Conte vide la scena e la sua bocca si piegò in un ghigno. Povero Conte, stasera non si è fatto a modo tuo e, mi dispiace sai, non sarà l’ultima volta. Perché da oggi, signore e signori, qui lo dico e non lo nego, da oggi, faccio come piace a me.

6 – As you like it or “The eyelash – part I”

image   – racconto -

Sotto a tutto quel cerone la gothic queen Lady Ligeia si chiamava Caterina, come sua nonna. Stava poggiata alla ceramica nera del lavandino e cercava di ricordare il proprio sorriso. Non sapeva calcolare da quanti minuti fosse entrata, ma dovevano essere pochi se il Conte ancora non mandava a cercarla. Teneva gli occhi chiusi perché uno bruciava. Doveva esserci entrato qualcosa, una ciglia, un capello, il malocchio. Allo specchio offriva solo la frangia nera, folta e diritta come quella di una bambola, e le braccia di porcellana avvolte in lunghi guanti neri di raso e pizzo. Oltre la porta del bagno il suono attutito di strumenti poco convenzionali portati poco sotto la soglia del dolore e strida di gole umane distorte. Era bello trovarsi in una stanza dalle pareti imbottite, in fondo.

Si accorse che il clangore là fuori era cambiato, per la terza volta. Il Conte aveva chiuso il suo cassetto, riposto la bambola sullo scaffale più alto. Da lassù l’avrebbe ammirata ancora, ogni tanto, ma questo era tutto. In fondo era naturale, aveva finito di crearla tempo fa. Non l’avrebbe abbandonata, no. Non era la sua natura, ma andiamo forse in cerca della penna quando non ci serve? Sappiamo che dove l’abbiamo riposta la troveremo. Lei, si disse, era una bellissima penna d’argento cesellata in oro e piena di gemme, che lui stesso aveva incastonato con le proprie eleganti mani, e riposava nella seta imbottita di un cassetto chiuso.

Quanti anni erano passati? Cinque? Aveva appena compiuto 18 anni quando l’aveva incontrato. Era stato in accademia, cercando un modo per arrotondare durante gli studi. All’epoca, Brian B. Bastony, il Conte, il re dei fotografi alternativi, era meno inquietante ma più triste. Aveva già i lunghi capelli neri che lei avrebbe imparato a intrecciare e quel sorriso amaro che in realtà mostrava a pochi, tenendo per la vita pubblica il ghigno sardonico e la smorfia, se proprio doveva piegare il labbro. Non l’aveva notata subito ma quando al casting era arrivato il turno di Caterina aveva visto in lei qualcosa, forse il pallore della pelle, forse la posa altezzosa del mento e l’aveva scelta. Il sodalizio era nato subito e da quello la sperimentazione sul suo aspetto, anzi, sul suo personaggio. Nel giro di un anno Lady Ligeia era la regina della scena dark e l’anno dopo aveva trovato la sua forma perfetta. La relazione fra loro era stata amorosa solo all’inizio e di quel periodo Caterina ricordava tutto, tranne il proprio viso. Lo avevano cancellato insieme così bene, così profondamente.

Da piccola aveva i capelli biondi e gli occhi di suo padre, le gote di nonna e il sorriso di sua madre, ma sua madre non voleva incontrarla conciata come una diavolessa, così la chiamava, e per questo negli ultimi anni si erano perse. Sua madre aveva una foto di lei all’asilo, con in mano delle costruzioni e i capelli biondi pettinati male dalla suora che la odiava. La foto stava sul mobile del soggiorno, non lontano dal suo diploma d’accademia incorniciato e dalla foto in bianco e nero del matrimonio dei suoi genitori. Mentre stava nel bagno poggiata al lavandino, con gli occhi chiusi per non farli bruciare e contando quanti brani erano si erano succeduti senza che il Conte venisse a cercarla, Caterina ricostruiva il soggiorno di sua madre e quella foto piena di sole, ma il suo sorriso mancava sempre.

5 – Un passo indietro

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Ti senti pronta a raccontare cosa ti è accaduto?

 E’ semplice. Una voce al telefono mi disse che c’era stato un incidente, che dovevo riconoscere un corpo. Risposi sì e scrissi l’indirizzo, ma continuavo a pensare nonèvero nonèvero nonèvero. Ero in un ristorante con i nostri amici. Lo stavamo aspettando. Lo dissi a una ragazza che sedeva accanto a me. Non ricordo chi fosse. Mi spiace non ricordarmi di lei perché è fra i nostri migliori amici ma proprio non so. Una faccia come tante, anzi, una voce senza faccia e senza corpo. Lei ha pensato di certo a uno scherzo perché mi ha voltato la faccia per guardarmi bene negli occhi. Poi ha capito e mi ha accompagnato fuori. Qualcun altro lo ha detto a tutti gli altri. Poi ricordo che ero a casa e che qualcuno mi teneva stretto e cercava di scaldarmi. Sentivo dire: mio dio, è gelata.
Il giorno dopo qualcuno mi ha portato a quell’indirizzo che avevo scritto sul biglietto al ristorante. Perché me l’hanno fatto vedere? Non potevano lasciarmi fredda e stupita per sempre? Dopo averlo visto è stato molto peggio. Qualcuno mi trascinava via da quella stanza mentre una donna continuava a urlare. Credo che fossi io perché il giorno dopo non potevo parlare. Vidi sua madre. Incontrai suo padre.
Venne la notte e una di quelle ragazze che erano sempre in casa mia, a farmi mangiare, a farmi bere, a controllare che non restassi sola e non mi chiudessi in bagno si addormentò. Io no. Presi le chiavi dell’auto e guidai. Credo sia arrivato il giorno e poi sia tornata la notte e c’era la luna. Bianca. Luminosa. Una luna enorme. Era sopra di me mentre la mia auto affondava in un fosso. Ma io sono uscita. L’attimo dopo camminavo nel campo. Non ricordo se avevo o meno le scarpe. Sono certa di aver toccato la terra umida e fredda. Poi la luna…
Cosa?
Luna. Luna è arrivata a darmi i bacini mentre dormivo nel campo
I bacini? Quel cagnone ti ha leccato tutta la faccia e ti ha anche masticato i capelli! Non ti svegliavi più!
Mi spiace
E di cosa, tesoro?
Di non ricordare il mio nome
Racconto che segue a:

4 Stazione di posta

image (racconto parte 4; link in fondo)

- E così ti piace la musica di questo ragazzo? Ha occhi così tristi, anche quando sorride… -

La casa di Marlene e Nora era caldissima e Nefti si era tolta cappotto e maglione, inventandosi una maglia nera molto sottile per nascondere le braccia. Sulle gambe portava calzoncini neri e calze molto spesse. Gli scarponcini stringati erano rimasti nell’ingresso con le scarpe delle ragazze. Rudy dormiva nell’altra stanza, nel letto di Nora, la quale continuava a non parlare. Le mostrava però i suoi cd. Su molti c’era il viso bello e triste di questo ragazzo con la voce di cristallo. Era stato bello seguire la sua anima quando era passata sulla terra, ma come molti uomini, anche dei migliori, ora  lui apparteneva al regno di Seth. Suo da più di dieci anni. Nora non aveva la stessa tristezza nello sguardo. Se ne vestiva, se la portava addosso come un guanto, ma non apparteneva al suo spirito. Nora portava il lutto per un dolore che non c’era ma Nefti non glielo avrebbe mai detto. Con una parte di sé ascoltava Keros, nel ruolo di Kay, e Martina “se vogliamo essere amiche Neferia” che decidevano che fare di lei. Così tanto potere, così poca voce per esprimerlo.

Rudi si era rianimato subito quando lei aveva costretto Keros a uscire dal furgone, sigillando la porta, e lo aveva illuminato. Forse il suo essere non si era strappato come lei temeva con quel tremendo colpo alla nuca. In caso contrario, solo sua sorella, solo Iside, avrebbe potuto portarlo indietro. Lei, Nefti, gemella oscura di Iside, come regina del mondo delle ombre non poteva rapire nessuno dal regno di Seth, ma solo custodirlo sino a che avesse camminato sotto il suo cielo oscuro.

Sorrise pensando ai doni che il riflesso della sua luce avrebbe dato a Rudi. Per iniziare un poco più di fascino. Poi un pizzico di intuizione e, infine, una porta socchiusa verso di lei, un canale per chiamarla.  Forse la sua vita sarebbe durata un poco più del previsto e l’oscurità non lo avrebbe più sgomentato, ma di questo non poteva essere certa.

Mentre Neferia si dirigeva nella stanza dove riposava suo fratello, Keros era comparso nella soglia del terrazzo. Nefti gli indicò un poster del ragazzo triste incorniciato di riccioli e disse:

- Ho visto una stella con occhi molto simili. Una stella molto curiosa che ancora non si decide a venire -

Keros scattò verso Nora, che poteva aver sentito, ma Nefti gli mostrò il cavo che portava a due globi neri posati ai suoi orecchi e le prese il viso fra le mani. La ragazza teneva gli occhi chiusi e si lasciò condurre. Se li avesse aperti, avrebbe visto che ora la bimba era grande il doppio e aveva volto maturo e mani grandi, calde.

- Sono anche questo Keros. Lasciami cullare i miei cuccioli, non lo faccio da millenni -

Così Nefti la dimenticata, la regina sterile, la sposa non amata, prese la ragazza fra le braccia, se la trascinò in grembo e socchiudendo gli occhi la cullò sino al mattino. Alle sue spalle, Marlene dormiva da un paio d’ore rannicchiata sul divano, con una ciocca dei suoi lunghi capelli nel pugno. Ishtar, invece, che aveva un marito e dei figli, li aveva salutati subito dopo la discoteca e le ragazze avevano detto che per almeno un mese non l’avrebbero rivista. Keros, la stella da secoli discesa fra gli uomini, sedette con il volto al terrazzo e vegliò il riposo della sua signora e delle sue nuove ancelle.

Le prime 3 parti:

Camminando 1

Perdersi e trovarsi 2

Magic mistery van 3 

3 magic mistery van

image (racconto: post lungo)

Nei pressi del locale diversi gruppi di persone coperte di stracci neri, pizzi e catene, sostavano aspettando qualcosa. Nefti li guardava con attenzione ma non chiedeva nulla alle sue accompagnatrici. Quando si fermarono di colpo, capì di essere arrivata. Il luogo di cui parlavano come di un tempio non era che un portone rosso davanti a un muro smorto. Aveva immaginato che nulla sarebbe stato come l’aveva dipinto nella sua mente. Se aveva imparato una cosa dai racconti del suo menestrello Keros era che gli uomini sono sempre diversi da come li immagini. Si chiese dove fosse adesso il biondo Keros e se ancora fosse spaventato. Presto avrebbe capito da solo di non dover temere l’ira del suo divino consorte; secondo Nefti il dio dell’oltretomba non era più sul suo trono da molto tempo e il suo viaggio le avrebbe dato la conferma. La conferma di essere rimasta la sola.

Neferia, Marlene e Nora la circondarono e Ishtar le mise anche un angolo del proprio mantello sulla testa, nel timore che il buttafuori non facesse entrare nel locale dark una minorenne, ma quando gli passarono davanti lui non vide che cinque donne vestite di nero, di cui una bellissima.

- Buona sera mia signora -

- Buona sera Nibbio – disse con la voce e nella mente dell’uomo pelato davanti a lei: porta il mio saluto a tua madre

L’uomo scostò un paio di ragazzi che cercavano di scavalcarle per entrare e tenne loro aperta la porta.

Quando furono all’interno del locale le ragazze si erano già scordate di chiederle cosa significasse quella scena e trascinandola per una mano si lanciarono in pista. Il posto era buio, puzzolente e pieno di fumo. Le luci della pista si spegnevano e si accendevano in continuazione, facendo muovere le persone come a scatti, in attesa del prossimo lampo. Nefti catturava nelle sue pupille la loro luce e le vedeva anche nell’oscurità. Riconobbe molti dei presenti. Li aveva osservati e aveva ascoltato le loro canzoni urlate al cielo in molte lunghe notti. Era bello avere qualcuno da guardare vivere mentre tutti gli altri, i fedeli del sole, dormivano nei loro letti. Queste persone amavano la notte scura e portavano il suo segno nell’incarnato pallido. Buffo, pensò, ricordare tutti i volti e nemmeno un luogo. Ricordava anche ogni preghiera che era stata invocata presso di lei o la sua amata sorella, che molti di loro chiamavano Maria. Qualcuno conosceva ancora il nome di Iside, ma nessuno implorava Nefti. A lei si rivolgevano pensando alla Luna.

Era ancora stordita da questi pensieri quando un giovane alto, abbronzato e dai capelli biondi ritti in testa come una fiamma, le fece un inchino.

- Signorinella, non dovremmo girare a quest’ora -

Era Keros e non aveva penetrato il suo manto. Non era come appariva al suo cospetto nella grande sala di cristallo, quando lei lo mandava a chiamare per avere nuove storie, ma era lui senz’altro. Indossava pantaloni di pelle nera, stivali a punta di pelle nera e una giacca sempre di pelle nera con delle borchie. Nessuna maglietta sul petto glabro.

- Sono con delle amiche – disse indicando verso Neferia al centro della pista – e tu non devi preoccuparti -

Una ragazza con una lunga frangia nera, che aveva notato solo in quel momento, era appesa al braccio dell’uomo e la fissava.

- Hai una figlia Kay? Non ti somiglia per niente -

- Mia figlia sarebbe a letto a quest’ora -

- Kay… non darti pensiero per me. So bene ottenere ciò che desidero -

La ragazza lo strattonò cercando di ricondurlo verso il divanetto da cui si erano alzati. Lui però restava immobile e studiava Nefti fissandola negli occhi.

- Mi ricordi molto una persona e per il rispetto che le porto non ti sculaccerò. Adesso ti spediamo subito a casa -

- No! – la ragazzina si guardò attorno e poi indicò sicura con il braccio verso il bar – Rudi, starò dietro il bancone con Rudi e poi andrò a casa con Neferia, Nora e le altre -

- Conosci Rudi? -

- Conosco sua madre -

Di nuovo l’uomo la squadrò negli occhi e poi la invitò a precederlo al bancone del bar. Il ragazzo che chiamavano Rudi, e che sua madre chiamava Rodolfo, stava versando vodka e succo di pompelmo dentro uno shaker, facendone schizzare almeno metà sulla propria maglietta bianca dei Guns. Quando il liquido cominciò a uscire, smise di versare e coprì lo shaker con un bicchiere pieno di ghiaccio pestato. Kay guadagnò il bancone scostando un paio di tizi che stavano aspettando il proprio turno e indicò la testa di Nefti.

- Stasera hai compagnia -

- Ciao Kay, anch’io sto bene -

Kay issò la ragazzina su uno sgabello in modo che Rudi la potesse vedere.

- Kay, tua figlia non ti somiglia per niente -

- Non è mia figlia, ma tu farai finta che lo sia e la terrai con te dietro il bancone sino alla chiusura -

- Ehi, ma io devo lavorare! Niente di personale ragazzina, sei anche una bella ragazzina, ma qui è pieno di alcolici, io devo stare dietro alla gente e… -

- Senti, è arrivata con tua sorella, conosce tua madre, è praticamente mia figlia! Capisci che devi aiutare la famiglia -

E detto questo voltò le spalle a entrambi, mentre Rudi gli gridava: – Ma io e te non siamo parenti! -

- Mi dispiace Rudi ma, come si dice: ti hanno attaccato la pezza – disse Nefti mentre lui le teneva alzata la passatoia.

- Come ti chiami, bella signorina? -

- Neferia mi chiama Tissy -

- Ti ha già ribattezzato? Che brava! Su, aiutami con i bicchieri. Asciugali solo quando smettono di fumare. Ok? Sono bollenti quando escono dalla lavastoviglie – Portò uno sgabello dietro il bancone per lei e la guardò prendere lo straccio a testa bassa.

- Senti, quando verso le quattro metà della gente se ne sarà andata e Kay sarà già da un’altra parte con la ragazza del momento, ti lascerò andare a ballare con Nefe e le altre. Ma, devi promettere di non bere di nascosto mentre sono distratto -

- Non mi dai l’acqua? – Rudi la guardò un momento con le mani sui fianchi, poi, senza smettere di fissarla in volto, allungò un braccio verso il frigo dell’acqua, lo aprì e prese una bottiglia di plastica da mezzo litro.  - Avrai tutta l’acqua che vuoi -

Durante la serata Nefti notò che diverse ragazze, ordinando da bere, la studiavano qualche istante, poi guardavano Rudi con un sorriso e gli chiedevano: – Hai un’aiutante stasera? – Allora lui le dava un bacio sulla guancia e poi diceva alla ragazza, facendole l’occhiolino: – aiuto una mia amica, sai, la tira su da sola… – Di solito la ragazza diceva qualcosa tipo: Che bravo!  E tornava a ballare, ma un paio si erano fermate un poco a parlare con lui e avevano lasciato il loro contatto Facebook. Una roba di internet le aveva spiegato Rudi: – Ma come fai ad avere tipo 13 anni e non sapere cos’è? -

- Ho un tutore molto severo -

- Per forza è severo! Guarda cosa combini quando si gira un attimo! -

- E’ la prima volta che scappo -

Quando Rudi non guardava Nefti si toccava la guancia là dove era stata baciata. Oppure pensava alle mani delle ragazze su di lei quando tentavano di nasconderla. Da che aveva memoria nessuno oltre la sua diletta sorella l’aveva mai toccata o baciata e Iside era sparita da molto molto tempo. Anche quando Neferia e Ishtar si erano avvicinate al bancone del bar in una pausa dal ballo, le avevano dato un bacio ciascuna, ma lì non voleva toccarsi per non togliere il loro rossetto. Le piaceva avere un marchio umano sul viso. Ne portava uno sulla fronte e uno sulla guancia destra. Verso la fine della serata, invece di chiedere a Rudi di lasciarla andare a ballare, lo osservò a lungo e quando capì che stava per girarsi verso di lei si accasciò sullo sgabello. Lui fu pronto ad afferrarla prima che cadesse e la prese in braccio. Lo sentì dire alla cassiera che non c’era più nessuno a ordinare e staccava qualche minuto prima per portarla a riposare. Poi venne trasportata sulla pista e capì nel frastuono che Rudi diceva qualcosa a Neferia. Qualche istante dopo l’aria fredda della notte la avvolgeva e Rudi la stringeva più forte contro di sé.

La ragazzina era leggera come una piuma e fredda come il ghiaccio, ma Rudi non si era accorto che era così fredda anche nel locale e credendo fosse colpa dell’aria notturna la strinse più forte. Arrivato al furgoncino riuscì ad aprirlo con una mano sola e la posò all’interno, su un mucchio di vecchi imbottiti. Per evitarle altro freddo chiuse lo sportello dietro di sé e fu mentre cercava la torcia d’emergenza che si accorse che non ce n’era bisogno. Nel furgone chiuso c’era una luce lattea e soffusa e proveniva dal viso e dalle mani della ragazzina che lo stava guardando.

- Ehm… io sono un po’ strana -

Rudi si scostò da lei e si mise a sedere sul fondo del furgone a gambe incrociate.

- Direi -

- Ehm… questo non è pericoloso. Cioé, non è come quella roba radioattiva -

- E’ più come sono le meduse? -

- Più o meno… sì, è una roba tipo così. Sai… da spiegare è complicato -

Restarono un po’ in silenzio. Nefti pensò che alla luce della sua pelle Rudi appariva ancora più giovane dei suoi forse vent’anni.

- Adesso devo andare via – e tentò di alzarsi. Rudi si alzò per fermarla e la bloccò per le spalle. In quel momento il portello laterale del furgone si aprì e Kay comparve nel vano. Vide il bagliore latteo della ragazza e l’ombra che la teneva bloccata a terra. Il ragazzo venne scagliato all’istante contro la parete di fondo del furgone e svenne. Keros si inchinò ai piedi della sua signora.

- Sono morto! Sono morto! Seth mi distruggerà! -

- Non è colpa tua, Keros e poi a Seth non importa. Non capisci? Non regna da secoli! -

- Oddio, cosa dite? Tacete per carità! -

- E’ così Keros! Calmati. Nessuno ti distruggerà e poi ho fatto un patto con una figlia di uomini e anche se volesse Seth non può toccarmi sino a che non sarà rispettato -

- Veramente? Un patto con una donna? -

- Sì. La notte della tua ultima visita -

- E cosa le avete promesso? -

- E’ complicato -

2 Perdersi e trovarsi

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Perdere il senso dell’orientamento è molto facile a Milano. La città che crediamo la più razionale d’Italia è una ragnatela medievale cresciuta tumorale su un accampamento celtico. Qui ci sono corridoi che sono strade e strade che si aprono su labirinti di cantine. Vi sembra che la strada su cui vi trovate sia una parallela della vostra meta? Prova a percorrerla. Credete che quello sia un incrocio che vi ricondurrà sulla retta via? Liberi di svoltare, ma vi consiglio di chiedere informazioni.

Anche guardare la città a lungo dall’alto non serve. Come ogni città anche Milano ha un’anima, l’anima di un drago che protegge i propri tesori dentro un intricato labirinto.  La ragazzina chiese dunque la strada a un gruppo di donne che sembravano fare al caso suo. Ridevano fra loro ed erano tutte vestite di nero.

- Fanno parte di una … ehm… confraternita, vestono di nero come voi, ma indossano una cosa di metallo che si incrocia sul petto. Un ciondolo tipo fatto così – e tracciò un segno nell’aria. Le ragazze si guardarono tra loro.

- Bah, dove stiamo andando noi vestono tutti di nero e indossano un bel po’ di ciondoli, croci, borchie di metallo -

- Ah. Le donne che intendono io girano sempre insieme, vestono tutte uguale oltre che nero e… dovrebbero portarsi dietro un libro e… sono devote della regina del cielo -

Una ragazza da di gomito alla capogruppo: – non è che parla di quelle che fanno vampiri? -

- Senti, non è che hanno una croce con una specie di ansa sopra? -

- Sì, è così -

- Stasera di sicuro le trovi nel locale dove stiamo andando noi. Però non so se ti fanno entrare, perché sei un po’ piccola -

- Piccola? -

- Occhio e croce signorina tu non hai più di tredici anni -

- Sono più vecchia di quel che sembro -

- Sì, certo. Tu tieniti in mezzo a noi che cerchiamo di nasconderti al buttafuori. Ma queste qui sanno che le stai cercando? -

- No, ma non appena spiegherò chi mi manda mi aiuteranno -

Le ragazze, che erano quattro, si misero attorno alla ragazzina e ripresero a parlare come se fosse una di loro da sempre. Nel tempo di percorrere 500 metri le avevano spiegato di non andare da nessuna parte da sola con un ragazzo, che doveva detestare le fighe di legno e le avevano fatto ripetuti complimenti per i suoi capelli neri e la sua pelle di porcellana. La città era fredda ma luminosa di lampioni e persone. Si sentiva a casa come la luna fra le nubi oscure.

- Ragazze, ma… me lo sto immaginando o stasera ci guardando tutti? -

- Eh, Nora, sarà merito della giovane Morticia che è più bella di tutte noi messe insieme -

- Parla per te! Io stasera sono da tromb… – la ragazzina si voltò a guardarla – sono da urlo -

- Chi è Morticia? -

- Oddio, le giovani generazioni non hanno punti di riferimento! Un giorno vieni a casa mia e ti faccio vedere la Famiglia Addams 1 e 2. Comunque Morticia è una affascinante dark lady con lunghi capelli neri e pelle candida, come te e, in suo onore, ho deciso che ti chiameremo Morticia, per gli amici Tissy. Neferia ha parlato -

- Amen! – disse la ragazza da urlo insieme alle altre.

- Loro sono: Ishtar, Marlene e Nora, di notte. Di giorno Lucia, Miriam e Nora, che non ha fantasia, è sempre Nora. Io sono Martina, ma se vogliamo essere amiche chiamami sempre Neferia o Nefi. Ok? -

- Va bene -

- Brava. Siamo arrivate -

Miss Poniebubble e la diplomazia

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Ecco la prima foto ufficiale di Miss Poniebubble con i vertici di Casa Cantore. I personaggi più altolocati sono tutti presenti, se si esclude il solitario Jack Skeletron: Miss Bonnie Taylor, le Streghe del Lunedì, il coraggioso e pluridecorato Lord Bear, la signora Timida del Ritratto. In veste di diplomatico di Vecchia Casa Trema in partenza per una missione estera, Miss Poniebubble ha fatto scalo a Casa Cantore, per fare la conoscenza dei coloni e prepararsi ad accogliere e accompagnare nel suo arrivo in Italia il delegato inglese al seguito dello spasimante di Lady Trema.

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Vediamo qui Miss Poniebubble in un primo incontro informale avvenuto nella mattinata di oggi con le Streghe del Lunedì maggiorenni: Purple Glance e Nippo Killer, con la sua mannaia amichevolmente sul tavolo. Purple Glitter, la terza strega, era a scuola impegnata in un compito in classe.

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Nella notte proseguono gli incontri con le personalità del nuovo territorio Trema: Jack Skeletron finalmente si presenta fra i rampicanti e un’orrida cartolina di Venezia.

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Ma, cosa vedo? La disperazione di un innamorato? Forse Jack non sa scegliere una fra le tre streghe che bramano il suo nero cuore, oppure…

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Oh no! Ma lo scatto è troppo lontano, forse stiamo equivocando tutto.

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Fiori? Regali? Un uomo in ginocchio? Credo che i rapporti diplomatici fra Miss Poniebubble  e la delegazione di Casa Cantore si incrineranno presto. Speriamo che Miss Poniebubble faccia in tempo a partire in missione, prima che la sconsideratezza di Jack diventi di pubblico dominio e la mannaia di Nippo Killer si abbatta su di lei.

(n.d.a.  la notte dovrei dormire =_=’)

1 – camminando

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C’era una notte color d’argento e un campo che sembrava finire dentro il buio, oltre i raggi della luna piena. Sull’argine del fosso che tagliava il campo una sagoma si muoveva dentro e fuori il cono di luce gialla proiettato dal fanale di un’automobile, addormentata sul fianco dentro al fosso. La sagoma camminava in su e in giù. A un tratto si aggrappò con entrambe le mani a qualcosa sul fianco dell’automobile ma non si mosse nulla e dalla sagoma scaturì un grido di donna.

La donna cadde seduta sull’argine del fosso e iniziò a singhiozzare forte.

- Maledetta – gridava.

A volte lo ripeteva stringendo i denti sempre più forte, a volte urlava la parola sino a farle perdere la forma. Quando la voce finì si buttò in avanti e iniziò a picchiare la terra ma erano pugni piccoli di mani piccole e la terra quasi non li sentiva. Alzò la testa di scatto. Da dentro la macchina proveniva una luce nuova, pulsante, e un trillo. La donna si mise seduta e con le mani andò a qualcosa che aveva visto prima, illuminato dal faro della macchina. Trovata la grossa pietra che cercava la sollevò a fatica e la scagliò con tutta la forza che possedeva sul finestrino dell’auto.

La pietra rimbalzò sul finestrino e atterrò sull’altro lato del fosso. La donna guardò la scena senza fiatare, poi iniziò a ridere e infine di nuovo a piangere. Picchiò sul vetro con i pugni sino a che i graffi sul braccio nudo tornarono a sanguinare. Quando anche la rabbia se ne fu andata si alzò, girò le spalle al sasso, alla macchina, al fosso e iniziò a camminare avanti. Non si guardava attorno, non cercava una direzione. Camminava diritto davanti a sé.

- Maledetta… ma – le – det – ta. Maledetta! -

L’ascoltava solo la luna.

- Maledetta. Tu… maledetta -

- Chi è maledetta? – le chiese.

La donna fece ancora qualche passo maledicendosi poi si fermò guardandosi attorno.

- Chi ha parlato? -

- Io -

- Non ti vedo. Dove sei? -

- Non mi riconosci? Eppure mi hai parlato 100 volte e osservato rapita 3 volte 100 -

La donna tremava mentre la luna sembrava farsi più grande e più vicina. I capelli ricci della donna, come i rami di un albero lontano, ondeggiavano tirati verso l’alto, così come le sue mani e qualche sasso. La luna era sempre più grande.

- Conosco il tuo nome e conosco la tua pena -

- Io… lui… -

- Non è più sopra la terra, non è più nel mio dominio -

La luna adesso riempiva tutto il cielo, mentre sassi, rocce e zolle di terra salivano verso l’alto. Anche la donna fluttuava diversi metri sopra il campo mentre le lamiere dell’auto nel fosso si contorcevano e il finestrino esplodeva. Davanti alla luna comparve una sagoma oscura come la notte, illuminata da un ovale luminoso come uno specchio. Si posò eretta su una nube e discese verso la donna. Quando le prese il viso il suo tocco era gelido ma delicato. La donna non poté fare a meno di guardarla. Era bella e giovane, quasi una bambina. I suoi capelli erano d’inchiostro e la sua pelle di platino. Gli occhi erano grandi, calmi e, così parve alla donna, tristi. I suoi occhi contenevano tutta la solitudine del mondo, lo struggimento di una eternità passata a osservare da lontano, senza amore, e la donna ne ebbe paura.

- Senza di lui non ho più nulla, di lui non mi resta… nulla -

- Shhh… -

Le carezzò il viso con una mano e posò l’altra sul suo ventre.

-Non posso farlo tornare dal regno dove si trova adesso. Non ho potere sulla morte, io porto nuova vita-

La fissava con i suoi occhi calmi, tenendo una mano premuta sul suo ventre.

- Io porto nuova vita. Vuoi fare un patto con me? -

Curiosità: L’Uomo che non poteva amare

Per tutti i nuovi lettori e i curiosi che avessero letto solo la 6 puntata, sappiate che cercando fra le categorie del blog c’è la voce: Uomo che non poteva amare, dove potete trovare tutti gli altri snelli episodi di questa cinica soap opera :p

Stay tuned, perché la soap cinica continua!

L’Uomo che non poteva amare 6 – voci di corridoio

Riassunto delle puntate precedenti: ospedale, un uomo si risveglia dal coma con una terribile menomazione. I suoi centri emotivi risultano compromessi ed egli riceve dal medico la tremenda notizia: non è più in grado di provare sentimenti, quindi non può più amare! La notte l’avvenente moglie, che non si da per vinta, lo va a trovare e tenta di risvegliargli i sentimenti con un interessante streaptis, ma risveglia solo il pitone e subito dopo aver consumato l’uomo la caccia via malamente. Più tardi, la donna ancora in lacrime incontra in un triste bar vicino l’ospedale il capo del marito, un uomo sepolto vivo dentro il proprio cappotto. Non sa che ha appena fatto una proposta indecente al suo amato. No, niente a che fare con prestazioni sessuali in corsia questa volta. Si tratta di qualcosa di più eccitante: soldi! La scena poi torna in ospedale, dove il ciuffettone che non può amare ha già deciso di accettare la proposta del capo, ma un vecchietto un po’ impiccione lo mette sull’avviso: senza la paura come potrà salvarsi le terga? Il nostro però non conosce lo scoramento (così come l’amore,  l’affetto, l’amicizia, la gioia, la mestizia, la tristizia, l’avarizia forse sì, la passione per le auto, le barche, la filatelia, la necromanzia, la necrofilia, il senso di appartenenza ai ringo boys, la pietà, la carità e la Fede) e così trova lesto una soluzione: assumere qualcuno pieno di sentimenti, che possa avvertirlo dei pericoli e passare in posta per le bollette. Due uccellacci scornacchiati gli suggeriscono anche un nome: l’infermiera Adelaide. Nell’ultimo quadro una selvaggia moretta che balla scatenata in discoteca nasconde un terribile segreto. Ammappa che riassunto!

Ospedale, interno giorno. L’uomo che non può amare, per gli amici… ma quali amici? Per i compagni di stanza il Mostro, ha giusto abbassato l’angolo del giornale per guardare in faccia il medico mandato dall’ente previdenziale, che ancora non si capacita della richiesta di pensione con accompagnamento per cui è stato mandato in visita.

Dottore: – lei mi prende in giro! -

Mostro: – non sono più in grado di farlo -

Dottore: – la smetta! Non considero il suo problema una invalidità! Ammesso che sia vero quanto afferma, può benissimo fare a meno di fare il buffone, anzi, glielo consiglio caldamente! -

Mostro: – è giusto una e la meno importante delle facoltà che ho perso -

Dottore: – ah sì? E quale sarebbe la facoltà più importante che ha perso? -

Mostro: – Io non posso amare -

Dottore: – ma mi faccia il favore! -

Il Mostro, estraendo da sotto il giornale un paginone centrale sgualcito e un po’ consumato: – non posso amare questa splendida donna, mia moglie Gloria. La famosa Gloria Gainori -

Dottore, sudando: – Miss Pistoni Bollenti Luglio 1999? -

Mostro: nota anche lei nella foto l’omaggio a Leiji Matsumoto?

Dottore: io vedo una donna nuda con un colbacco in testa e in mano un… un rosario? -

Mostro: Gloria è molto devota. Questo servizio fotografico lo fece per una buona causa: l’auto nuova del vescovo. Cioé, dovevano essere soldi per il pulmino dell’oratorio, ma vennero destinati diversamente. Lei però non chiese nulla in cambio, non accettò neppure il passaggio del vescovo sulla nuova porsche: una santa donna -

Dottore: – lodevole, ma non penserà che le creda? -

Un colpo di tosse dalla soglia e gli uomini si girano: il Mostro, il Dottore e i vecchietti, che han deciso che è il giorno sbagliato per iniziare a farsi i fatti propri. Sulla soglia compare l’infermiera Adelaide, snella, brunetta e con un camice troppo stretto. Il Dottore si aggiusta gli occhiali.

Adelaide: – hanno portato dei documenti per il suo paziente, posso? -

Mostro: – vieni pure Adelaide, non credo il dottore si spiacerà per il tuo ingresso. Vero dottore? -

Dottore: – ma no, ma no -

Il Mostro esamina i fogli come fossero pagine di un menù: – me lo aspettavo: Gloria ha fatto richiesta di divorzio -

Dottore: – non era una donna devota? -

Mostro: – in effetti è la richiesta di annullamento di matrimonio -

Dottore: – oh, basta! La finisca! Lei non può pretendere una pensione di invalidità perché è diventato stronzo! -

Un secondo colpo di tosse interrompe il Dottore.

Dottore: – mi scusi signorina, non dovrei usare un linguaggio simile in sua presenza… -

Adelaide: – ma no, capisco, solo che ho portato anche questi documenti. Sono i risultati della quarta TAC al signore, è evidenziata la lesione ai centri emotivi -

Il Dottore prende in mano le lastre, le esamina, le scruta, poi si volta furente verso l’invalido, l’uomo che non può amare.

Mostro: – vede dottore, son diventato uno stronzo certificato -

Il dottore lo guarda truce, poi firma di corsa delle carte e lascia la stanza senza dire una parola.

Mostro: – assunta! -

Adelaide: – assunta? -

Mostro: – Eh sì, ragazza, hai un tempismo perfetto e poi… ti sei appena assicurata lo stipendio. Ricordami, non appena la pensione di invalidità sarà confermata, di farti la delega: così te la vai a ritirare in posta -

Adelaide: – ma… quei documenti per l’annullamento… sono veri! -

Mostro: – immagino di sì, ma li leggo dopo, adesso devo riposare -

Adelaide guarda i vecchietti e i vecchietti guardano Adelaide, mentre il Mostro prende sonno senza fretta.

- To be continued -