La lunga strada verso la gioia

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Si apre nella neve, come molti miei sentieri oramai. Passa da una notte di sonno, perché dormire è come morire a se stessi. Inizia nella notte e mi conduce verso luci indistinte, lontane. E’ iniziato oggi? E’ iniziato molte notti fa, ma una morte dopo l’altra, un risveglio dopo l’altro è diventato più chiaro. Che dite? Non parlo che di strade, sentieri, cammini? La vita è un costante meraviglioso viaggio in cui l’esperienza migliore è perdere le valige e i propri vecchi sé. Un’altro sentiero è dunque partito lasciando indietro vecchie tristi abitudini.  Il mio compagno di viaggio ancora una volta sei tu. Ti ringrazio per avermi indicato la serpe attorno alla caviglia. Adesso posso camminare scalza in questa neve, in un pigiama leggero. Il freddo della notte sulle gote, il calore di questa gioia nel petto.

Passi nella neve

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Non smetterò mai di camminare con te, nella neve, sui prati, fra le auto. Ogni discussione che facciamo non tocca mai il nucleo del mio voler restare al tuo fianco. Non sono diventata all’improvviso una Biancaneve con due prosciutti sugli occhi, sei tu che appiani ogni mio timore. In tutto quello che siamo e che facciamo conta il desiderio di voler restare insieme, di voler condividere. Non sono ancora rilassata quanto vorrei ma ogni volta che sono felice vorrei dirtelo mille volte e tenerti stretto quanto possono le mie braccia minuscole. Così premo e squittisco e lo so che il messaggio arriva.  Ti sento oramai.

Abbiamo fatto tanta strada insieme. Un po’ macinando chilometri, un po’ sognandoci a distanza e, lo confesso, pensandoti anche quando non avrei dovuto. Ti ricordi che è stato tutto un gioco del caso? Un biglietto a cui sono passata davanti e che sono tornata indietro a leggere. Un biglietto che tu non avresti mai messo lì dov’era. Non ci siamo innamorati allora, ma senza quel biglietto non ci saremmo mai incontrati. Dopo quel giorno ci siamo messi d’impegno a lasciar perdere, a pasticciare le cose, a prendere altre strade. Come due delle tre scimmiette: io non sentivo e tu non volevi vedere. Però ridevamo un sacco. Ridevamo tanto che la mia coinquilina piombava nella stanza gridando che per colpa nostra non riusciva a studiare. Di ridere non abbiamo mai smesso e anche di stare bene insieme. Ce l’abbiamo messa tutta a fare finta di niente e tu sei stato bravo a convincermi che no, non c’era nulla, non poteva andare.

Non era così. La mancanza si sentiva. Io ho sofferto. Tu hai sofferto. Poi hai deciso che era il momento di lanciarsi ed io ho risposto come se non aspettassi altro. Stare con te da quel giorno ha significato tornare a credere un po’ alla volta nei sogni di quando ridevamo insieme. Un passo alla volta, un sentiero alla volta, sto tornando a sorridere come allora. Sto tornando a crederci come allora. Perché se tu mi dici che si può io so per certo che si fa.

Arrivederci

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Ti abbiamo salutato ai cancelli della nostra dimora e ora che la strada si apre davanti a te il cammino è solo tuo.

Non volevo salutarti Giò. Nel mio stupido riserbo ero sicura che un giorno avrei di nuovo battuto un cinque sulla tua mano prima di giocare e che tutto sarebbe tornato come un paio d’anni fa. Non c’era bisogno di “darti fastidio”, di uscire dal mio stupido guscio. Non è stato così e non ci sono miracoli o regali. Se vuoi una cosa la devi prendere, se vuoi parlare con qualcuno devi aprire bocca, adesso. Aspettare fa solo passare del tempo e il tempo… finisce. Devi darti delle mete e arrivarci anche sui gomiti. Se una cosa ti fa incazzare devi lottare per cambiarla. E se ti senti uno schifoso nerd asociale sociopatico che il sabato sera preferisce tirare dadi invece che andare a ballare o mettersi un telo in testa e spaventare gli amici con una faccia da scemo allora fallo, cazzo. Fallo sino a che ti scorre sangue nelle vene.  Insomma, cerca di vivere sino a che sei vivo. Perché presto o tardi sarai su quella strada e solo tu saprai con quali tesori nel cuore a farti compagnia.

Tu sei così, caro sociopatico fondatore di associazioni. Mille cose e tutte al mille per cento. Ti amiamo per questo e, sai, un pezzetto di te ce lo siamo tenuto in tasca e non te lo ridaremo mai. Credo che mi infetterò con un pizzico di te. Allora arrivederci Giò, ti saluto con la mano che i baci e gli abbracci proprio no, non li sopporti.

 

Dietro la curva

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Stiamo arrivando alla curva. Superata la piccola salita che conduce sino a lì si aprirà allo sguardo un altro pezzo di cammino. Per ora stiamo salendo tra i ciuffi d’erba verde e i cespugli di fiori. L’aria è mite, il sole placato da una piccola nube. Da lontano giunge lo scampanare delle piccole mucche valdostane: brune, compatte, timide. Alle nostre spalle, oltre il campo, gli alberi allacciati, la V di vittoria verso il cielo. Davanti a noi, oltre la curva, si annuncia una placida discesa. Di certo non v’è nulla tranne l’aria profumata, lo scampanare, le nostre mani.

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Nella stessa direzione

imagePrima di esprimere ancora una volta il Nina – pensiero, mi piace condividere l’immagine di questi alberi. Il dinamico duo si trova a Trochey, frazione del comune di Ayas, Valle d’Aosta, e sorge su di una collina. Un tempo vi era un solo albero, completo e contento di sé, poi arrivò un fulmine a dargli una scossetta e a schiantarlo in due sino quasi alle radici. L’albero però disse alla morte “non oggi” e le due metà crebbero insieme puntando in alto. Nella stessa direzione, unico limite il cielo. Uniti e distinti.

Non sono tornata dal viaggio, anche se scrivo da Milano. Il viaggio è appena iniziato. La vigilia è finita. Non si può tornare indietro e non solo da questo viaggio. Il ritorno non esiste, è pura illusione. Ficcatevelo nella zucca. Ho iniziato la mia marcia e mi sono accorta presto di avere troppo bagaglio: pesante, maleodorante e inutile. Un bagaglio tanto grosso da avere nomi e cognomi scritti sopra. Oh, non pensate che siano tutti nomi di altri, molti di quei nomi e nomignoli sono miei. La Nina dei suoi 16 anni, quella dei 24, quella dei 32. Sono i fardelli più strettamente legati al mio corpo e dio quanto pesano! Fanno male le dita a sciogliere i nodi e persino ho paura di farlo ma molto dovrà essere lasciato a casa, sul sentiero. Avanti Nina, sei una maestra nel tagliare. Via quel ricordo, strappati la te aggrappata al cellulare nella notte qualche anno fa. Ricorda che sono molti più gli anni da magra di quelli da cicciona presa in giro e, in ogni caso, dai 18 anni sono passati 18 anni! Non è abbastanza 18 anni con quel carico? E questa roba che hai raccattato nell’ultimo quinquennio? Che vizio è? Che problemi hai? Faremo un bel discorso noi due, ma eccoti il taglierino e via!

 

Ogni viaggio inizia con il primo passo

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Il mio lungo viaggio, dopo il rito italico di iniziazione dei giovani, il diploma di maturità, iniziò da una strada di campagna che si allontanava dal paese e mi portava a Milano. Mi ero iscritta alla Statale (Università Degli Studi di Milano) alla facoltà di Lettere e Filosofia con la sete di sapere puro che solo un aristocratico del ’700 avrebbe potuto permettersi e non certo una figlia di contadini. Ma il guaio della mia ristretta famiglia è che la loro unica discendente è saltata dalla classe contadina a un aristocratico intellettualismo senza passare dalla borghesia. Dei soldi, del buon vivere e delle convenienze ancora adesso non mi importa nulla. Storia Moderna per passione, Storia del Cristianesimo per togliermi le catene dalla mente, Storia Contemporanea per avere il titolo di tesi che desideravo e una relatrice che ringrazio ancora adesso: Prof. Scarpellini, Lei è un mito!

E poi che farai?” Chiedevano tutti sbigottiti quando confessavo di studiare una cosa tanto inutile come la Storia. Diciamo che anche durante avevo già preso a lavorare e fra un call center e l’altro, uno stage presso un centro VIA e una collaborazione con il Dipartimento di Geografia Umana sono finita a Torino in una cooperativa che lavorava per le Teche RAI e poi sono tornata in Lombardia e sono approdata in una società che per me è stata una casa ;) per tre anni. Ragazze, a settembre aperitivo post-vacanze! :)

E poi ho lasciato “Casa” di nuovo. Perché se ogni viaggio inizia con il primo passo è anche vero che la sosta non può durare per sempre. Così è iniziato questo blog e la sessione “fuga dal posto fisso“. La fuga mi ha portata a collaborare per tre mesi in una vera redazione di diverse riviste illustrate, con persone di talento che mi hanno fatto sentire a casa. L’esperienza è passata e la strada continua.

Oggi diventa una data cruciale. Iniziano le vacanze vere, lui verrà qui di nuovo e parleremo di molte cose e di tutto quello che vogliamo fare e di come lo faremo. A quanto pare, adesso ho un compagno di viaggio. Per la prima volta su questa strada, a un bivio, ho incontrato un altro viaggiatore, qualcuno che non vuole fermarsi ma camminare con me. Sto un po’ tremando perché siamo ancora nella sera, siamo ancora nella vigilia, ma con lui vicino sarà bello anche tremare.

Diario: fuga dal pessimismo

http://instagr.am/p/MC2x-Ds-fd/ Stamattina il sole si e’ scatenato dalle sei, infilandosi stile ninja fra le lamelle delle persiane. Con un occhio gia’ mezzo aperto mi sono alzata e preparata per la palestra. Frustarsi a correre in una palestra gia’ pregna di umano paga all’uscita, quando di riffa o di raffa un filo d’aria arriva e di botto il clima migliora. Stamattina camminavo leggera tornando a casa. Molti pensieri in meno. Non provavo questa sensazione da aprile, dal momento delle decisioni. Voglio godermela e starci dentro piu’ che posso, afferrarla e tenermela stretta. Buongiorno mattino

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Diario: palestra arrivo

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Quante cose mi ero ripromessa di fare quando ho inaugurato il mio nuovo percorso? Quante cose ho fatto davvero? Non ho mai trovato lo spazio o le energie per la scrittura vera, per studiare un programma d’azione, per implementare il mio inglese e ora mi sento stanca e travolta. Troppe abitudini e troppo poco impegno. Non mi piace. Non mi piaccio. Non va

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Diario: il meglio che si può, con grazia

Questa mattina, carica di borsa da giorno di lavoro e portatile mi recavo al centro assistenza della mia compagnia telefonica, in centro, quando al semaforo mi si è accostata una ragazza. Era ricciola e piccolina, più minuta di me che non sono una gigantessa e molto giovane. Indossava un insieme di strati di abiti bracaloni colorati che tanto amano i giovani alternativi di oggi, ma combinati con gusto e non ho potuto fare a meno di osservarla. Sul viso sottile indossava grandi occhiali da sole e dietro le lenti aveva ciglia lunghe e nere.  Si è avvicinata un poco, allineandosi con me, in attesa del verde. Mentre guardavo il semaforo ho sentito una voce delicata intonare qualcosa e mi sono voltata di nuovo a guardarla, era lei. Mi sembrava distratta quando è arrivato il verde così l’ho avvisata e lei ha detto “grazie” aggiungendo un sorriso. Abbiamo camminato l’una accanto all’altra sul lastricato prima della porta medievale di corso di porta ticinese, urtando le mie ballerine con il suo bastone bianco. Chissà dove andava nel mattino pieno di sole con tutta la sua grazia.

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Diario: promesse

Diario: promesse

Tutto confermato, tutto ancora in boccio. Le capsule sono chiuse, il colore si intuisce da qualche infinitesima crepa. Il potenziale si vede, si tocca eppure ancora non è espresso. Siamo tu, io, la nostra storia, i tuoi progetti per te e per noi. Tutto è pronto, ma ancora chiuso, il domani velato. Quando tutto si scioglierà, quando capiremo meglio il colore di questi petali e intuiremo di quale profumo riempiranno i nostri giorni? Troppo presto. Ogni cosa si prepara al momento e il difficile è attendere ancora. Eppure tutto è lì, invisibile agli occhi, essenziale e presente.

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