Cavolo! (Degli zombie e d’altro)

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Grazie a un’ondata che arriva televivamente parlando dagli USA (grazie Walking Dead) in questo periodo tornano di moda anche da noi gli Zombie. Film di Romero, film sul meteorite che risveglia i morti: scuola contagio, scuola risorti marcescenti è chiaro che gli zombie non godono di buona salute, che il loro problema è prima di tutto fisico e che bramano carne umana, in particolar modo, il cervello. 

Eppure, nel primo lungometraggio a tema zombie, anno 1932, non troviamo nulla di tutto questo. Nel classico dell’horror “White zombie”, con un sempre iconico Bela Lugosi che per una volta non fa il vampiro, gli zombie non si nutrono di carne umana. Non hanno fame di cervello, anzi, non hanno fame punto. Sono esseri privi di desideri. Non si decompongono perché non sono realmente morti e non hanno motivazioni perché non sono più del tutto vivi. Però sono utili. Eh sì, ben lungi dall’essere fuggiti per la loro bramosia di carne, gli zombie ammaestrati dal mefistofelico Lugosi sono corpi che non sentono la fatica, che obbediscono ciecamente e che, infatti, vengono sfruttati come schiavi, nella migliore tradizione filmica voodoo. Il loro malvagio padrone dalle sopracciglia a cespuglio invece di voglie ne ha, eccome. Desiderio di potere, di ricchezza e anche della bella giovane che ha ridotto allo stato di non morta inizialmente su commissione e che poi decide di tenere per sé.

Non vi svelo altro. Il film è uscito dalla tutela del copyright e potete guardarvelo comodamente in streaming da Youtube, nell’originale inglese. Da qualche parte potreste anche trovare dei sottotitoli e link per scaricarlo. Fatelo, non siate senza desideri, cercate di capire. Magari, mollate un attimo il vostro device del momento che vi rende lo sguardo appallato e vi dà quell’aria assente e la camminata incerta di chi va avanti con la testa altrove. Dai che poi se vi trovo in giro mi piglia uno spavento e mi guardo attorno cercando Lugosi con le sopracciglia cespugliose.

E buonanotte.

Fuga dal posto fisso – 2 settimane e 1/2 di libertà

Sono passati un numero imprecisato di giorni da quando ho lasciato il mio vecchio ufficio e inizio a sbagliare i conti. Mi fa molto piacere. Sto dimenticando il tremore sotto la pelle, ho scordato il senso di nausea. Alzheimer psicosomatico.

Ogni mattina la routine della colazione, della palestra, della doccia più trucco e cambio, poi esco e la giornata non smette di essere positiva, non smette la percezione di fare ciò che desidero. Scendo in metropolitana, scrivo una mail di buongiorno all’uomo che dorme oltre Cales, osservo gli altri passeggeri, cammino sino alla redazione. L’art director e il grafico sono già lì: capelli rossi + occhi verdi, capelli biondi + occhi blu. Salutano, sorridono. Sembrano uscite da una rivista, per lo meno da un fumetto, e non lo sanno. A volte il caporedattore è già lì, a volte arriva trafelata insieme all’aroma del caffè che ha bevuto di corsa. Poggio la mia borsa Mary Poppins sul tavolo, accendo il computer, ricordo  dove ero rimasta e cosa resta da finire. Controllo se sono arrivate foto, materiale, approvazioni. A volte sento arrivare il direttore, dall’ingresso  o dal suo ufficio, annunciato da un qualche discorso a metà con qualcuno o con se stesso. Del lavoro parte dalla mia scrivania per quella del caporedattore o dei grafici, del lavoro arriva e mi siedo a correggere il pezzo, oppure a modificarlo o esamino il materiale per scriverne uno dall’inizio. Cerco altre notizie. Questa persona è nominata qui, ha fatto questo e quello, conosce questo e quell’altro, ha lavorato qui, il suo nome si scrive così. Arriva una risposta al mio buongiorno, leggo, sorrido, mando una mail per la rivista, chiedo al caporedattore se il pezzo è ok, mi sposto a controllare l’impaginazione con il grafico. Preparo un tè, sono le undici, mi gratto la testa cercando il modo di girare una frase: no alla forma passiva, stai buona con le virgole. All’una prepariamo il tavolo per il pranzo. Sono arrivate le foto, bisogna vederle. Il grafico è occupato, correggi questo redazionale di corsa. Il nome è scritto 3 volte in 4 modi diversi, ma chi è questa tizia? La foto del pittore, il nome del lago, i tempi verbali a capocchia. Merenda? Il grafico si libera, scegliamo le foto. Sono le sei. Se non spegni ti chiudiamo dentro. Ciao ciao a domani.

Sono fuori. Il sole è ancora alto. Sono riposata come avessi passato il giorno a chiacchierare di niente o di tutto. Arrivare a casa, cenare, attaccare skype. Stasera esco, stasera no. Puntare la sveglia, Scrivere il blog. Che bello, domani è festa! No, domani si lavora. Che bello, domani si lavora!

Diario: pensieri privati e dedicati

Oggi è il primo maggio, ma io non penso al lavoro.

La giornata è iniziata grigia e sgocciolante e mi coccolavo con il tè caldo, al sicuro nella mia tana, pensando.

Pensavo a una ragazza con occhi molto belli, tondi da gatta domestica, che soffre per una storia finita male, cioè in maniera meschina, che è il modo in cui le storie finiscono male. Quando una storia finisce il momento per uno dei due non è proprio positivo, ma finire male è finire con meschinità, almeno per me. Così pensavo a lei, che ha un sorriso così caldo, dal tepore del mio nido e ricordavo con malinconia cercata le volte che sono rimasta sola.

Pensavo a quando mi sentivo brutta e non voluta, tanti momenti, troppi. Pensavo anche a te, quando mi hai allontanato, e mi chiedevo come mai quando sei tornato è stato subito un . Non ti stavo aspettando, non ricordavo più le parole che si erano accese nella mia mente il giorno che mi hai detto basta: tornerà e ottobre. Adesso sei lontano e fra un paio di giorni sarai qui e non c’è dubbio che sarò felice. Oggi, invece, penso a quando d’improvviso ti devi bastare. Quando pensi a tutto quello che hai dato, a ciò che avresti potuto essere, ma chi desideravi non ha voluto vedere. Penso che è inutile dirsi: devo agire solo per me, devo pensare solo ai miei desideri, perché se ci metti il cuore ti restano i paletti in mano e non sai dove mettere il confine, se ancora ti ricordi che stavi facendo.

Tu mi hai fatto male in un modo strano. Non ho pianto molto, non ero disperata. Però a lungo, mi bastava una carezza per sentirmi benedetta. Dicevo a me stessa: vuole proprio me! E scondinzolavo felice. Non dipende solo da te questo modo di sentire del mio inconscio, viene da lontano, e ci ho messo qualche anno di promesse prese e di cure date per capire che tesoro mi porto dentro e di quanto anche lo scrigno che lo custodisce sia bello. Così, visto che è tanto prezioso, non deve essere ceduto a predoni o bimbi ingordi. E’ rimasto per me e lo avevo appena chiuso quando sei arrivato tu. Cosa ha fatto scattare la serratura? Le scuse, la verità e il tuo attendere senza troppe speranze. Sono stata buona perché ti conoscevo bene. Invito le altre a pretendere di più.

Riversa tutte le cure di cui sei capace su te stessa, affonda le mani nel tuo scrigno e porta con orgoglio le tue gemme in faccia al sole. Come una regina sinti piena di ori, chiedi più di quanto dai, non svelare mai tutto e sii pronta a voltare le tue sottane. Poche cose porta con te e tutte quante con te le terrai, sempre.

Diario: grigiore interiore

Scrivo guardando dalla finestra della mia vecchia cameretta, quella che è stata la mia camera per 15 anni a casa dei miei genitori. Da qui vedo tetti e un angolo di cielo. Questa mattina è grigio senza promettere pioggia. Di sotto, mia madre prepara il pranzo della domenica e qui io dovrei mettere il portatile nella sua borsa e prepararmi a tornare in città. Non ne ho voglia alcuna. Non ho voglia di mangiare, di partire, di vedere i nuovi amici che mi aspettano oggi. Vorrei essere già a casa, se proprio devo stare in città, con una tazza di tè nero forte e canzoni francesi a volume pacato dallo stereo. Solo questo e che, d’improvviso iniziasse a piovere. Pioggia, pioggia, pioggia forte e scura. Vorrei capire un po’ meglio che sarà di te e di me, se e quando tornerai qui. Vorrei pioggia dirompente. Vorrei accadesse qualcosa, oggi. Ma la mamma chiama, il pranzo è in tavola e io spegnerò il computer e seguirò il percorso.

Diario: nascere nel ’76 (e crescere fra Maia e Maya)

Si sveglia il mondo, lo accarezza il sole                                                                                                                                                                       si sveglia l’ape Maia dentro un fiore…

Un inizio pieno di per una piccina che viene allevata (come i pulcini, i paperi e i vitelli) in una cascina che si chiama Sole. Nella seconda metà degli anni ’70 le campagne dell’Italia del nord avevano ancora qualcosa di poetico e filari di alberi costeggiavano i confini dei campi, ombreggiando ruscelli e canali di irrigazione. Le notti d’estate vedevano ancora comparire le lucciole e la mamma diceva di non avvicinarsi alla riva del fosso, cosparsa di mughetti bianchi, perché sul fondo la Veja Rampina (vecchia Rampina) aspettava i bimbi per afferrarli e trascinarli via con sé. La bimba però è curiosa e passa le ore a fissare le rive sperando di vederla, ‘sta vecchia!

Da piccola anche io avevo occhi sorridenti e ali trasparenti da apetta: mi spuntavano dalla testa, perché la fantasia era troppa per tenerla dentro. Se la strega del fosso mi avesse tirato sotto me la sarei cavata, ne ero certa.  Ero coraggiosa come l’ape Maia e la vecchia non poteva essere peggio di Tecla! Quante meravigliose baggianate avevo in testa. Erano tutte pane e miele per il cuore di una bambina. Sarà dall’ape Maia che mi è arrivato l’istinto di rispondere ai soprusi con i ceffoni? Dai 7 ai 15 anni mi sono azzuffata 2 volte con dei maschi e uno troppo grosso l’ho insultato davanti a tutti.

A quei tempi, non so che accada ora, le bambine potevano essere coraggiose, forzute, testarde e curiose e potevano anche essere un po’ tozze e buffe. Tutto merito della Contestazione? Chi lo sa? A me pare di essere cresciuta diritta. Pippi Calzelunghe sarebbe soddisfatta di me, anzi, direbbe che qualche ceffone in più non avrebbe guastato. Quanto ad Arale

Poi capitava di crescere, di trovare Maia sempre simpatica, ma un po’ infantile. Sapete, l’eta meravigliosa in cui sei un soldo di cacio, non sai cosa significhi “diventare signorina”, ma potresti dare ordini al primo ministro in scioltezza? Non l’avete vissuta? Oh, mi spiace. Beh, a quell’età noi ragazze di metà anni ’70 abbiamo fatto la conoscenza di Oscar François de Jarjaye e questo non ci ha fatto capire molto bene cosa significhi “diventare una signorina”: forse che non puoi più entrare nella Guardia Reale?

Diventate signorine, Lady Oscar non ci filava più molto e così dovevamo rivolgerci a eroine più umane, in particolare una che una specie di Lady di Ferro la incontrava, e come noi ne era affascinata. Sto parlando di Maya e del suo fatale incontro con la Signora Tsukikage. A partire dal quel giorno di temporale la vita di Maya cambia per sempre, la signora la prende come sua protetta e lei le si affida completamente. Un’adesione ai valori dell’anziana donna che ha qualcosa di folle, ma che ben spiega cosa si possa fare per inseguire una passione che non lascia pace. (Sì, Maya è appassionata, Moemi. E’ anche fuori come una gargolla, ma è appassionata). Maya è anche la storia di un amore che non può essere rivelato, e anche questo dice molto dell’adolescenza e delle passioni inconfessabili. Come due ragazzini, Maya e il suo ammiratore ingaggiano una battaglia di ruoli e maschere, dove lui non vuole svelarsi e lei non accetta di capire la verità sul suo ammiratore segreto.

Noi siamo cresciute così: tra api ribelli alle leggi dell’alveare, curiose e coraggiose, robottine forzute, donne travestite da uomo, ragazzine che comandano pirati, ragazze coperte da stecche di bambù, vecchie esaltate. Erano tutte femmine irregolari, irragionevoli, inimitabili, ma avevano una tensione verso la meta, verso il sogno, verso l’ideale, che ancora oggi ci fa camminare diritte, anche senza bambù.

Diario – passion? 2° parte

Ho lasciato in sospeso un discorso tutto il giorno, ma non sono giunta a una conclusione.

O forse la risposta arriva da se: no, non lo sono più. Non sono più appassionata.

Se ancora la passione animasse il mio spirito avrei concluso il post ancora stamattina o ancora ieri notte. Un impeto avrebbe guidato le mie mani dietro il mio pensiero e avrei trovato parole di cioccolato per descrivere la passione che mi anima e le sue sfumature. Anni fa vi avrei parlato dell’amore che ritma il mio cuore, oppure avrei spiegato in quanti modi diversi questa primavera rianima i sensi assopiti dal freddo o ancora mi sarei attardata nel bisogno compulso di scrivere che mi tiene sveglia la notte. Invece.

Ok, è quasi l’una e domattina alle 06.00 suonerà la sveglia, per ricordarmi che se voglio che questo corpo si addormenti del tutto devo trascinarlo in palestra e poi sotto la doccia e poi al nuovo lavoro.

Ok, ho passato due ore a parlare con il mio uomo lontano, anche se ci siamo dati il limite di un’ora a notte, per non rubare troppo tempo al sonno, alle faccende e ai rispettivi impegni.

Ok, ho lasciato un lavoro sicuro per poter scrivere.

Che passioni strane mi animano: regolari, misurate, quotidiane. Sono sempre passioni? Anche se si esprimono in slanci contenuti? Anche se le vivo giorno per giorno come impegni segnati in agenda?

Di certo nessuna delle mie tante passioni passeggere (e neppure di quelle durature, come la scrittura) ha mai plasmato tanto la mia vita. Ho sempre lavorato per mangiare, per avere un guadagno subito. Ho sempre dormito sino all’ultimo e se per due settimane non potevo vedere il mio amato credevo di poter morire.

Che mi succede? Cosa faccio? E’ forse questa la vera passione?

Non un falò, non un terremoto, non una bufera, ma il lento lavoro dell’acqua che scava la roccia e di giorno in giorno la plasma: gioccia, dopo goccia, dopo goccia.

Diario – passion? 1° parte

Sto ascoltando la canzone sbagliata per parlare di passione, beh, passione in senso positivo: Cell Block Tango.

Ma la domanda rimane: sono ancora appassionata?

Un tempo ero certa di questo piccolo caldo dettaglio della mia personalità. Sapete, una di quelle cose che vi sembra di portare sulla fronte: preciso, evidente e centrale, come un tilak indiano. Bang! Diritto in mezzo agli occhi.  Poi passano gli anni, vi fate dei gusti precisi, andate al lavoro, fate la persona seria e un giorno davanti a un: – sono stata al Gods -

Il vostro interlocutore strizza gli occhi, scuote la testa e in questa poco edificante espressione vi spara:

- Tu? Ma hai una faccia da tè coi biscottini! -

Mi piace molto il tè, un pochino lo conosco, e non parlatemi di dolci perché potreste perdere più di un treno parlando con me dell’argomento, ma non credo Mr Interlocutore intenda questo. Così inizi a passare del tempo davanti allo specchio, quando sei pronta per uscire e oramai non c’è molto da controllare e ti domandi: would you like a cup of tea?

Ahhh, la mattina è troppo organizzata per portare consigli di passionalità: seconda parte stasera

Fuga dal posto fisso – giorno ultimo

Sono bloccata.

L’ultimo giorno è arrivato, le ore di lavoro sono passate e ora il vuoto nella mente. Cosa scrivere? Come rendere questo giorno un’esperienza da poter condividere, che non sia solo mia? Sono stanca e un po’ freddo. Non posso dire nulla di significativo stasera. Ho salutato tutti e sono uscita dall’ufficio con il mio regalo e due sacchetti di cose. Ho chiuso oggi tre anni della mia vita e mi sembra un venerdì come un altro. Lasciatemi una notte di riposo, fatemi passare il Lethe.

Ho avuto saluti, baci e un regalo e mi porterò questi bagagli, ma domattina saranno un’altra cosa. Stanotte Mr. Sandman, bontà sua,  mi traghetterà dall’altra parte, attraversando le lande sterminate del suo regno e domattina aprirà gli occhi una nuova Nina.

Buona notte a tutti

 

Fuga dal posto fisso – giorno 20bis bodibibù

Cammina cammina, la piccola Nina si allontana dal villaggio e cammina cammina cammina, entra nella foresta.

- Dove vai bella bambina? – le dice una volpe.

Dare le dimissioni è stato come abbandonare la vecchia capanna e prendere il sentiero che porta dentro il bosco. Era lo stesso azzardo, lasciare un posto scomodo ma sicuro, per addentrarsi nella foresta. Eppure, un passo dopo l’altro, l’aria si faceva più fresca, il cielo si apriva e piano piano gli alberi si avvicinavano. Cosa avrei trovato di là, oltre la radura piatta e conosciuta? La fine di un mondo di cui conosco ogni norma, per un altro sconosciuto e selvaggio.

Camminando però, un passo dopo l’altro, ho avvistato alcune briciole di pane sul sentiero e seguendole, proprio sul limitare degli alberi, ho fatto il mio incontro. Mosso il primo passo, gli altri son seguiti, come quando scatta una molla  e  un meccanismo ben oliato si avvia. Sono arrivate le briciole di pane e una volpe gentile con una offerta.

- Vuoi lavorare con me? Vuoi aiutarmi? All’inizio sarà solo per la gloria: la ricompensa alla fine del viaggio -

Ho detto sì. Così, non credo avrò molto tempo per non sapere che fare di me, terminato il preavviso. Venerdì 13 saluto  il mio vecchio lavoro e lunedì 16 inizia questa collaborazione, per accumulare esperienza e nomi sul curriculum.

Eh no, Nina non riposa. Non è il mio destino oziare. Gambe in spalla e via, verso nuove avventure!

Dove sta di casa il desiderio – riflessione

Love – thou art high -
I cannot climb thee -
But, were it Two -
Who know but we -
Taking turns – at the Chimborazo -
Ducal – at last – stand up by thee -
Love – thou art deep -
I cannot cross thee -
But, were there Two
Instead of One -
Rower, and Yacht – some sovreign Summer -
Who knows – but we’d reach the Sun?

Love – thou are Vailed -
A few – behold thee -
Smile – and alter – and prattle – and die -
Bliss – were an Oddity – without thee -
Nicknamed by God -
Eternity.

Amare per me è sempre stato un percorso, una strada che da ragazzina credevo ampia e ben lastricata, ma che ho scoperto complicata e ingannevole. Ancora adesso non so in che modo la sto percorrendo, non posso vedermi da fuori. So che per lungo tempo l’ho smarrita, perché tutto ciò che volevo era non essere sola. Non è la stessa cosa che armarsi per il Chimborazo. Credevo di essere diventata furba e di poter soddisfare bisogni senza essere coinvolta, ma anche se di certo il cuore non era colpito, lo stomaco pativa dell’odore che restava nella stanza. Per un altro po’  ho creduto che le difficoltà nella scalata non fossero che i rospi da ingoiare per stare con una persona. Però quando i rospi sono troppi forse non state attraversando il Lago Vittoria in una splendida estate: vi siete arenati in una palude.*

In seguito ho capito che non è necessario scalare il Chimborazo o tentare di attraversare il Lago Vittoria. Si possono risparmiare le forze. Si può anche evitare di riempire a tutti i costi la solitudine. Con me ci sto bene. Spesso è la migliore compagnia che ho a disposizione, inviti compresi. Ho raggiunto un’età e faccio un po’ come i Solariani di Asimov. Mi chiedo: – ne vale la pena? – e il “sì” non  è scontato.

Mi sto convincendo che ci sono tutta una gamma di emozioni di cui ci priviamo, grazie alla possibilità di sfogare i bisogni (elenco che allunghiamo costantemente) con uno schiocco di dita. Credo che pochi di noi riescano ancora a desiderare veramente qualcosa, quanto alla volontà… ah, non sappiamo neanche dove sta di casa. In fondo, quando tutto sembra a portata di euro: chi ha voglia di fare fatica? Senza fatica però non è possibile amare. Non sto parlando di montagne, drammi, pianti, sto parlando di una lunga traversata, di una lenta quotidiana ascesa. Il quotidiano marciare di una coppia. Non è il destino che sconfigge un amore: è il culo pesante. *

* n.d.a. non sto dicendo di stare a tutti i costi con qualcuno che non vi rispetta: come dice appunto Emily, bisogna remare entrambi! :)