It seems I can’t stay quiet and I can’t keep my private things secret :-p (link)
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Diario: la vita di qualcun altro
Un post appena più sotto, sempre di oggi, ma del filone Fuga dal posto fisso, mi sono trovata a ricordare che qualche giorno fa, venerdì 16, era il complimese della mia nuova attività in redazione. Riflettendo, mi rendo conto che non è solo questo. Sono reduce da una nottata di cibo, vino e canti in una casa piena di affetto e amicizia che non ricordo bene come ho raggiunto. Che strada ho percorso? Sono persone che conoscevo già e con le quali avevo rapporti poco più che superficiali. Un mese, un mese e mezzo fa, percorrevo sempre lo stesso corridoio, il tragitto era noto e stabilito, il mio mondo era limitato e neppure me ne accorgevo, mi sembrava normale così. Non riuscivo neppure a immaginare che ci fosse qualcosa oltre le pareti, credo che neppure le vedessi. La mia strada era la stessa tutte le mattine. Arrivavo alla stessa postazione, parlavo con le stesse persone, tornavo a casa, passavo la serata al pc. Le prime crepe sui muri quando sono arrivate? Forse l’estate con te, che sei arrivato a cambiare le abitudini della serata e a credere in me più di me. Poi un elemento tolto all’improvviso dal mio labirinto di topolini bianchi da una mano gigante scesa dall’alto. Ho iniziato a tremare, a voler scappare per non fare la fine del topo.
Segnato il confine tra dentro e fuori dall’apparizione di questa mano gigante, è nato il desiderio di vedere il fuori. E’ solo aprendo la porta e sentendo l’aria fredda sulla faccia che si capisce quanto si è coraggiosi. Avevo iniziato da qualche settimana a raccontare di me grazie a questo blog e persone che non conoscevano altro di me che la mia figurina nel corridoio, hanno letto e fatto commenti positivi. Così sono stata incoraggiata a fare ciò che avevo sempre considerato infastidire gli altri: fare domande, interessarmi a ciò che fanno, chiedere se hanno progetti per la serata o il sabato o la domenica. Anziché rifiuti, mi sono arrivate domande, interesse, inviti. Ho tirato fuori l’auto, dopo aver accartocciato la mia paura di guidare, e offerto passaggi. Grazie alla mia fedele sgangherata macchinina ho riscoperto il piacere di stare fuori la sera, senza preoccuparmi dell’ora. Qualcosa di nuovo che spero non voglia semplicemente entrare in un novo labirinto da topolini bianchi è nato e ha iniziato la sua strada, simbolicamente il 16 aprile. Così, buon NON COMPLEANNO A NINA, EVVIVA IL PRIMO COMPLIMESE!
Fuga dal posto fisso: verso il primo mese
Impossibile! Questa domenica festeggerò il primo mese da quando ho lasciato la sicurezza del mio vecchio lavoro. Non credevo sarebbe mai stato possibile. Mi spiego: sapevo che prima o poi avrei cambiato lavoro i città oppure testa, ma mentre navigavo il fiume del mio vecchio impiego non mi sembrava realisticamente possibile. Invece, eccomi prossima a questa ricorrenza. Citando un vecchio adagio: è proprio vero che il tempo vola quando ci si diverte!
In effetti, mi diverto parecchio. Forse tra un paio di mesi non sarà così e le unghie che ho laccato giusto stamattina saranno rosicchiate sino alla base, mentre freneticamente cercherò un lavoro come rappresentante Vorwerk. Per ora mi diverto. So che pare strano e che a volte non si capisce bene nemmeno dai deliri che scrivo. In effetti, parlo di routine, di mille impegni, di cose da scrivere e da riscrivere e molti interpretano il tutto come stress, mentre per me è divertimento. Mi piace la regolarità delle mie mattine, dove gli impegni con me stessa hanno orari precisi e il lavoro un po’ meno. Mi piace aver voglia di prendere la metro e arrivare prima che posso, nonostante gli impegni di cui sopra, per troppo tempo compressi dal vecchio lavoro. Mi piace non rendermi conto che sono le 18.00 e spesso guardare l’orologio pensando: accidenti, già le cinque! Il pezzo lo finisco domani.
Questa nuova allegria mi rende facile mantenere la promessa di continuare a frequentare le ragazze del vecchio ufficio. Giusto ieri sera, a sorpresa, ho cenato con una di loro, in trasferta dalla sede del Veneto. Domani ne vedrò un’altra per confabulare insieme. Venerdì aperitivo con il team vendite. Molto strano come spesso mi capiti di fare da supporto morale, ora che non sono più coinvolta. Non mi chiedono più “come va” con un viso fra il preoccupato e l’impietosito: forse perché sono raggiante?
Diario – passion? 1° parte
Sto ascoltando la canzone sbagliata per parlare di passione, beh, passione in senso positivo: Cell Block Tango.
Ma la domanda rimane: sono ancora appassionata?
Un tempo ero certa di questo piccolo caldo dettaglio della mia personalità. Sapete, una di quelle cose che vi sembra di portare sulla fronte: preciso, evidente e centrale, come un tilak indiano. Bang! Diritto in mezzo agli occhi. Poi passano gli anni, vi fate dei gusti precisi, andate al lavoro, fate la persona seria e un giorno davanti a un: – sono stata al Gods -
Il vostro interlocutore strizza gli occhi, scuote la testa e in questa poco edificante espressione vi spara:
- Tu? Ma hai una faccia da tè coi biscottini! -
Mi piace molto il tè, un pochino lo conosco, e non parlatemi di dolci perché potreste perdere più di un treno parlando con me dell’argomento, ma non credo Mr Interlocutore intenda questo. Così inizi a passare del tempo davanti allo specchio, quando sei pronta per uscire e oramai non c’è molto da controllare e ti domandi: would you like a cup of tea?
Ahhh, la mattina è troppo organizzata per portare consigli di passionalità: seconda parte stasera
Fuga dal posto fisso – giorno 13
Il tredicesimo giorno i pensieri si contorcono in strane nuove forme.
Così stamattina, presa da uno dei miei sempre meno sporadici momenti di edonismo, o dalla semplice voglia di giocare con la Barbie, sono andata al lavoro vestita da donna. Mi spiego meglio: non è che di solito sia conciata come un camionista anni ’70 o un operaio Fiat, ma arrivare pulita, pettinata e truccata non basta a farsi definire femminili, anche se si è nate con la doppia X.
Per ottenere il patentino di donna occorre per prima cosa una sottana, meglio se sopra il ginocchio, qualche centimetro di tacco, un minimo di scollatura o trasparenza e un blush pesca, meglio ancora, il rossetto. Ed è così che sono arrivata in ufficio, emergendo dal mio trench nero. In realtà le calze al di sotto della gonna ricordavano un po’ le pudicissime calzamaglie delle gemelle Kessler e in quella particolare gonna io mi trovo comoda quanto nei panta jazz da palestra, ma fa nulla. Al giorno d’oggi la forma è sostanza, si sa.
Quindi ho ricevuto i prevedibili complimenti dei colleghi maschi (devo dire anche un minimo garbati) e di alcune colleghe amiche. Ciò che non mi aspettavo era il commento entusiasta e civettuolo della mia responsabile, arrivato a metà mattina: -Non ti avevo ancora detto come sei carina oggi. Ma cos’è? Ora che vai via mi tiri fuori tutte le armi? Ci fai scoprire cosa ci siamo persi? -
Aggiungo che la mia responsabile è una bella donna con un suo gusto ben definito, una specie di Dana Scully del commercio, ma ciò che mi colpisce è il commento sulle armi. Soprattutto mi chiedo: quando avrei potuto sfoderarle a al telefono con i clienti. Che, forse, la voce di una donna con la sottana ha un tono diverso? Oltre al sorriso telefonico esiste la mini telefonica? Forse, mi sovviene mentre rifletto sulla triste vita privata di Meucci, la mia responsabile non intendeva parlare di armi da sfoderare con i clienti. Forse intendeva che un maggiore impegno nel mostrare l’avvenenza nascosta (dai jeans) del mio corpo sarebbe stato un indice di altro, di una volontà di affermazione, di un interesse verso l’ufficio. Forse intende che mostrarmi come donna, in un mondo di maschi, sarebbe stato una bandiera a testimonianza di altre qualità e intenzioni. Non so se la sua intenzione fosse questa, ma visto che per l’ufficio è tardi, la prendo come una lezione futura per me.
Se sono una donna non devo avere paura di esserlo pienamente e di mostrare al mondo “la differenza”. Per quanto le femministe si strapperebbero (e mi strapperebbero) i capelli per dimostrarmi che si tratta di una differenza stereotipata, decisa dal maschio, oltre a far loro notare che pure il Maschio si imprigiona in stereotipi, posso ribattere che lotta per la parità non significa annullamento della propria specificità, al contrario, significa uso di tutte le armi a disposizione. Lotta dura, armi affilate. Se metto una mini, non sto obliterando il cervello, per lo meno… non il mio.
Fuga dal posto fisso – giorno 8
Stasera è tempo di ricordi.
Non penso però a questioni legate al lavoro che sto per lasciare, i meravigliosi primi giorni di entusiasmo. E no. Tutto nasce dal fatto che questa sera, dopo anni, ho rivisto un’amica che porta il mio stesso nome. L’ho lasciata con un sorriso disarmante e una massa di capelli color caffé e la ritrovo con la criniera un poco domata, ma una interessante rotonda pancia che fa capolino da un fisico ancora più magro di allora. Sorride nel mostrarla e io sono felice per lei.
Torno a casa e un’altra amica via chat nomina Madonna e così, mentre penso a quella pancia e alle scelte scartate, parte la carrellata di video nostalgia: Crazy for you – Papa don’t preach – Into the Groove – Open your heart e via cantando, ma tutto rigorosamente ’80s. Perché? Perché all’epoca avevo una massa color ambra sulle spalle e c’era un ragazzo che voleva dargli fuoco per gioco, perché non gli davo retta. Che voleva? Qualcosa che non sapeva chiedere.
Penso al lungo nastro di pizzo nero che usavo per legare la coda, penso ai cerchietti imbottiti che mi facevano scoppiare il mal di testa, ma che indossavo ugualmente. Penso a tutti gli abiti con le spalline. Penso a quanto mi sentivo brutta. Penso ai ragazzi che da semplicemente cattivi diventavano cattivi e incomprensibili. Tutto questo prima, molto prima di capire. Il corpo che hai te lo porti in giro come un gigantesco fanale, se sei una donna. Anche se il ripieno del cranio abbraccia il femminismo. Per questo in ufficio sono andata per tre anni in costante sottotono. Ok, ogni tanto mi è scappata una sottana, ma una sottana non è niente. Io sono professionale, sono seria.
Poi il ricordo della risata di Nina, la mia omonima, mi scuote. Le avevo detto:
- Eh sì, faccio queste cose anche se ho una faccia seria… dai, almeno la faccia è seria, no? Mi si prende per una almeno puntuale! -
Ma lei continua a ridere e dice: – se è per farti contenta, diciamo di sì -
Quando sono diventata una persona seria e quando ho iniziato a vantarmene? Non ricordo. Ancora oggi e ancora domani. Mi hanno chiesto di essere seria e portare a casa tutto il possibile sino alla chiusura del mese. Ancora oggi e ancora domani, un appello alla mia serietà. Ma la fuga comincia da qui, dalla serietà. Perché se non puoi andare da nessuna parte senza portare te stesso, allora dovrò fare un discors… allora dovrò portare le personalità multiple che sono mie compagnie di viaggio a ballare.
For inspiration…
post – presentazione e I post: traduzioni a senso
“It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife. However little known the feelings or views of such a man may be on his first entering a neighbourhood, this truth is so well fixed in the minds of the surrounding families, that he is considered the rightful property of some one or other of their daughters.“
Jane Austen – Pride and Prejudice
E’ verità universalmente riconosciuta che una ragazza single in possesso di una età che ancora non la rende una pergamena sia in cerca di qualcuno a cui lanciare le proprie voglie come una fionda, quando mette alla luce il suo blog o il suo profilo su un social network.
Come tutte le verità, tuttavia, spesso questa viene ignorata da certe persone, soprattutto le suddette ragazze single ancora non incartapecorite, finché non vengono accerchiate da una ventina di richieste di amicizia da uomini più o meno fantasiosamente “liberi”, e il venirne improvvisamente a conoscenza le rende non solo piuttosto irritate verso il genere maschile, specialmente gli uomini sposati drammaticamente infelici o possessori di una “relazione aperta” che cercano solo di assicurare un roseo presente al proprio paguro, ma anche assai poco collaborative nell’applicare tale verità nel più appropriato dei modi, ovvero regalando in giro i propri favori come patatine da un sacchetto aperto nel mezzo di una festa di liceali.