La treccia nera

L’Adalgisa camminava piano lungo la stradina che portava dal borgo alla conca verde della piazzetta, in Santa Maria della Ripa. L’autobus era fermo come ogni domenica mattina in fondo alla placida discesa con le porte aperte, in attesa delle sue anziane passeggere. Di giovani, infatti, non se ne vedevano a quell’ora del mattino, e gli uomini erano sempre una esigua minoranza.

Trascorso l’inverno con i suoi reumatismi, l’Adalgisa aveva riposto il bastone e tirato fuori il suo vecchio cappello di paglia con i fiori, regalo del suo povero Alfredo. Il passo le si scioglieva subito all’arrivo della primavera e avrebbe potuto andare più spedita, ma la bella pianta che Ninetta, la sua figlia più piccola, le aveva affidato da portare al cimitero per la festa del papà, la intralciava non poco. Così scendeva piano pianino verso la conca, le braccia attorno al vaso, la vista in parte coperta dalle foglie. Non aveva fretta, l’autobus arrivava sempre presto e restava fermo con le porte aperte una mezz’ora, sino a che arrivavano tutte le signore per la visita al cimitero delle nove. Corrado, l’autista, oramai conosceva per nome tutte le affezionate del primo turno e se non ne vedeva arrivare qualcuna ritardava la partenza, aspettando da bravo al posto di guida.

Quella mattina però, notò Adalgisa spiando tra le foglie, Corrado se ne stava seduto con le gambe allungate in avanti sulla panchina della pensilina, e si teneva un giornale davanti alla faccia, diritto e rigido come fosse un paravento. In realtà, ad Adalgisa pareva che il giovanotto tenesse tutto il corpo rigido e teso in quella maniera, punta del naso compresa. La cosa era troppo strana, si fermò e posò il vaso. Gli unici due uomini presenti le andarono incontro, convinti che la sosta fosse causata dal peso della pianta.

– Piano, piano signori che al cimitero deve arrivare intera! –
– Tranquilla signora Anselmi, ci pensiamo noi! –
– Grazie Mariotto, ma dammi del tu che conosco persino tuo nonno! Come la va, signor autista? –

Corrado, di solito cordiale, rispose con un glaciale “male” e un colpetto stizzoso del mento in avanti, verso il giornale. Anziché rispondergli ciò che meritava, Adalgisa, addestrata da un matrimonio durato quarantanni, guardò nella direzione in cui puntava il mento aguzzo di Corrado, oltre il giornale, e trovò un finestrino del pullman e dietro di esso una bella figliola sui venticinque anni con gli occhi tutti rossi. Era la moglie di Corrado, l’Alberta, e reggeva sulle ginocchia una sacca di tela, gonfia. A quel punto, per aggiornare la nuova arrivata sulla situazione, Mariotto si avvicinò e le parlò all’orecchio.
– … e siccome un paio di fermate dopo il cimitero troverebbe la coincindenza per la stazione ha deciso che lui non ce la porta –
– Capisco –
– Capisce che le signore non son tutte in gamba come lei e fino al cimiero… a piedi… cariche di fiori… ma non c’è verso di convincere lei a scendere o lui a guidare –
– Capisco, capisco. Eh, i giovani d’oggi… –
– Eh, signora Adalgisa, la verità è che non sanno più cosa significa la famiglia –

La signora Adalgisa, quattro figli e quarant’anni di matrimonio, sapeva bene cosa significasse la famiglia. Erano quaranta natali con il panettone e quaranta quaresime a mangiare di magro passati insieme. Erano trentacinque anni di mutuo. Erano trecentosessantacinque giorni di ogni anno, più i bisestili, a dormire nello stesso letto con un uomo a volte sobrio, a volte no, a volte in fregola, a volte no, a volte scosso dal russare, a volte silenzioso e ogni tanto assente, ‘che faceva il carabiniere. Erano anche cinque anni di fidanzamento a distanza, ‘che lei era della città, e si era trasferita al paesello per lui. Erano venticinque anni di servizio per lo Stato a sperare che lui non ci lasciasse la pelle e quindici anni di pensione ad averlo per casa e vederlo cambiare. Erano quaranta anni a imparare ogni abitudine, ogni gesto, ogni parola, ogni sfumatura di voce, e il suo significato. Erano gli anni di suo figlio Antonio. Era una vita. Si schiarì la gola e tentò di ricordare come faceva il suo Alfredo.

– Corrado Cremaschi! –
Il giovane ebbe una scossa e tirò giù il giornale. Le era venuto bene.

– Corrado, stamattina io devo andare dal mio Alfredo e portargli questo pensiero di sua figlia e tu mi ci devi portare e devi portare tutte queste brave signore dai loro cari –
Corrado alzò la testa sempre più ragazzino e lei alzò una mano come faceva con i suoi figli per zittirli.

– Ci parlo io con l’Alberta, ma lascio qui il regalo di mia figlia per il mio Alfredo per la festa del papà e tu, che sei un cavaliere, aspetterai il mio ritorno per partire. D’accordo? –
– Mah… –
– D’accordo? –
– Sì signora –
– Bene –

Adalgisa salì sull’autobus e salutò Alberta. Non appena Corrado la vide risponderle ritirò su il giornale. Cinque minuti dopo Adalgisa scendeva dall’autobus seguita dalla mogliettina di Corrado con fazzoletto alla mano e sacca in spalla. Superò l’autobus e prese la provinciale che conduceva al cimitero con la ragazza dietro. Camminvano piano e allontandosi dalla gente Alberta iniziò a raccontare dei silenzi del marito, del mondo in cui non la lasciava entrare, dei litigi e dei musi lunghi, della decisione presa e di come, in fondo, le avesse sempre fatto paura dire “finché morte non ci separi”. Argomentava convinta, diventando a ogni parola più dura e risoluta, in modo che l’anziana, che aveva accettato di seguire solo per allontanarsi un po’ da Corrado, non trovasse da replicare. Adalgisa però restava silenziosa e anche quando arrivarono alla tomba del marito lasciò cadere qualche istante nel silenzio. Dalla foto ovale sopra la lapide grigia un carabiniere in divisa, il suo Alfredo, la guardava con orgoglio.

– Cinque anni fa l’ho seppellito nella sua uniforme di gala e fra le mani, al posto del rosario, gli ho messo una lunga treccia di capelli neri, una treccia nera che lui ha sempre conservato fra le carte del suo cassetto privato, che non ho mai toccato sino alla sua morte – fece un sospiro e cercò gli occhi di Alberta con i suoi per essere certa che ascoltasse – per cinque anni ci siamo scritti e visti non più di una volta al mese, poi ci siamo sposati e per quaranta abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto –

Si chinò a guardare la foto diritta negli occhi, da vicino, da molto vicino, e dalla tasca estrasse un fazzoletto bianco di bucato.

– Quando l’ho sposato lo amavo – disse, poi sputò con decisione sulla foto e passò il vetro con il fazzoletto. Alberta fece una smorfia. Messo via il fazzoletto la vecchia si rizzò sulla schiena, si tolse il cappello e con quello indicò un punto lontano, oltre il muro di cinta crollato, da dove si vedevano i campi.

– Laggiù passano i vecchi binari, se li segui un pezzetto e poi scavalchi arrivi alla statale e lì c’è la fermata per la corriera che porta in città. Passa dal mio quartiere quando ci sei, dietro la stazione, e chiedi dell’Adalgisa Benvenuti, quella che ha sposato il carabiniere. I vecchi te lo possono dire tutti che io sono sempre stata bionda –

 

Esercizio dal laboratorio di scrittura di Paginauno Edizioni

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