Quizas?! (racconto)

Quizas?!  

Il Cinese stava lustrando il bancone un palmo alla volta, quando la donna si presentò alla porta del suo bar con la sacca sportiva penzolante da una spalla. Adosso una tuta aderente e la stanchezza di un giorno iniziato 20 ore prima. Come facevano le altre a restare sempre perfette? Lei proprio non lo sapeva e a provare non ci si metteva: Tomboy era il suo secondo nome. Le luci del locale erano spente, eccetto quelle del jubox titanico accanto all’entrata. L’uomo alzò appena le sopracciglia e increspò la fronte. Smise di stirare il bancone, chinò la testa appena verso sinistra e osservò la ragazza con le sopracciglia incurvate sopra i suoi occhi fessura.

“Sono sempre io, signor oste. Non sperare in una pupa che ha perso la strada” e rise.

L’uomo gettò sulla spalla sinistra lo straccio e sfilò la sigaretta che teneva sopra l’orecchio, avvicinandosi alla ragazza. Stava appoggiata al maniglione della porta, algida come una ballerina alla sbarra e spavalda come un pugile. Lei fissava i capelli dell’uomo, come faceva ogni volta che entrava in quel bar, fossero le 7.00 di mattina o le 3.00 di notte. Non concepiva un cinese pettinato come Cary Grant, nel XXI secolo. Eppure i suoi capelli erano lì, neri e lucidi di brillantina.

– Poliziotta, lo sai che ore sono? –

Lei abbozzò un sorriso e indicò la testa dell’uomo.

– A chi vorresti assomigliare? –

L’uomo accese la sigaretta senza rispondere e gliela passò. Strinse gli occhi sin quasi a cancellarli.

– Dico, quei capelli… –

Il cinese passò una mano sull’onda di capelli lucidi, ma nel farlo una ciocca sfuggì alla presa delle brillantina e formò un ricciolo sulla fronte. La mano di lei ebbe uno scatto, il braccio però non si mosse dal suo fianco e le dita pizzicarono soltanto aria. Che aveva pensato? Lei non faceva la gatta morta, non era come le altre e anche volendole imitare, non era il suo copione.

– Fanno un po’… come si chiamava quell’attore? –

– Tony Leung? –

– Pensavo a Cary Grant –

– Guardi troppi vecchi film americani, poliziotta –

Lei sorrise e gli passò la sigaretta.

– Me li presti tu –

Il cinese prese la sigaretta dalle sue dita. Sfiorò le unghie rosicchiate. Lei ritrasse la mano, ma impiegò mezzo minuto per farlo e per tutto il tempo fissò il pavimento. L’uomo non disse nulla sino a che nella sua mano restò solitaria la sigaretta.

– Non ti cresceranno più se continui a mangiarle. Senza unghie picchiare i cattivi fa male –

A quella frase la donna si scosse, staccò dal pavimento gli occhi tondi e chiari, dalle ciglia lunghe anche senza trucco, e li piantò in faccia al cinese come un interrogatorio. Perché era solo così che sapeva fare.

Lui sorrise e si nascose nel fumo. Poi col pollice si grattò un sopracciglio.

– Stasera non mi chiedi come è andata, poliziotta? –

– Mi dirai che anche oggi è passato e non ci sono state le nuvole e la pioggia e non so che significa –

Lei osservava il viso dell’uomo facendo saltellare le pupille sui dettagli, come bambini che giocano con le pozzanghere lasciate dal temporale, e lui arrossiva nel silenzio, ma siccome era buio la ragazza non poteva vederlo.

– Poliziotta, non possiamo andare avanti così –

Lei continuava a saltellare dagli occhi a fessura di lui alla sua bocca e dalle labbra al naso con i suoi occhi tondi da figlia dell’Occidente.

– Parlo di te e di me, sai? –

– Cosa c’è fra me e te? –

– Proprio niente –

– E’ una cosa brutta? –

Cosa sto facendo? Si chiese, ma restò a metà di quel pensiero, perché l’uomo le passava la sigaretta, consumata sino a metà, infilandola fra le sue labbra socchiuse. Lei chiuse la bocca poco prima di farla cadere, ma lui si era già diretto al jubox. Era un attrezzo grande e dai colori chiassosi, luccicante di lampadine come un’astronave da fumetto. L’uomo prese in mano la grossa spina che lo alimentava come per staccarla, ma all’ultimo la lasciò dove era e infilò una moneta pescata a caso dalla tasca dei pantaloni. Un cantante americano cantava in spagnolo un motivo famoso e datato. L’uomo tornò dalla ragazza, che aveva posato la sacca da palestra a mezzo la porta, e offrì le mani per invitarla a ballare.

– Non so ballare –

– Non importa –

– Ho la sigaretta –

– Buttala per terra –

Si mise davanti a lei, molto vicino, la mani a un centimetro dai suoi fianchi, mentre l’americano cantava il suo lamento spagnolo.

– Ma… –

– Al padrone non darà fastidio, ha da fare con una ragazza –  Rise.

– Posso darti una multa, sai? –

Il cinese si abbassò e la strinse con tutte le braccia, premendole il viso contro il seno.

– Dammi uno schiaffo –

– Stai stringendo forte! –

– Sono forte! Posso portarti dove vuoi. Dove vuoi che ti porti? –

– Devo andare a casa –

– La mia casa è più vicina –

Parlava così e artigliava la sua maglietta. La faccia schiacciata fra l’addome e il suo seno, mentre la musica cresceva.

– Devi farmi andare –

Il cinese alzò la testa, la guardò e i suoi occhi a fessura erano tristi. I capelli si erano del tutto ribellati alla tirannia della brillantina e si impennavano a ciuffi dalla sua fronte. Lei sorrise e passò la mano attraverso quella selva nera. L’uomo la sciolse dalla stretta e si risollevò.

– Non tornerai mai più –

– Chissà?! –

Raccolse il borsone e tornò a scutare gli occhi dell’uomo e la sua testa sciamannata.

– Tornerai? –

– Chissà?! –

E si alzò sulle punte delle scarpe da ginnastica per baciarlo sulla fronte. Era forte ed era alto.

– Domattina? –

– Chissà?! –

Voltò le spalle al cinese senza salutre e poi gli regalò giusto un cenno con la mano mentre già si allontanava da quel bar che conosceva tanto bene. Forse non era un ruolo da scartare per lei. Forse non era tanto difficile fare la donna… chissà.

Advertisements

3 thoughts on “Quizas?! (racconto)

  1. Moemi says:

    🙂 ti arrabbi se ti dico che sono rimasta “impigliata” nel fisico a chitarra? e quando mi impiglio il pensiero corre sempre lì anche se leggo altro… (come cavolo è un fisico a chitarra? ma quanto dev’esser brutto sto cinese??)

    Cmq, mi piace…mi piace la gestualità e l’incipit e il finale… ma… dei tuoi scritti non è il mio preferito…. sento che manca qualcosa (non pensare alla solita scena di carnazza, non è a quello che mi riferisco…)

    anyway, donna! continua così 🙂

    • ninatrema says:

      E’ il guaio quando non si stabilisce un singolo punto di vista interno, ma si spazia da uno all’altro. Sistemato questo vedrai che il racconto ti “convincerà” di più 🙂

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s