Fuga dal posto fisso – giorno 7

In questo giorno averi dovuto riposare credo, invece, non è andata così.

Sono andata al lavoro, i responsabili erano tutti lì e gli obiettivi di fine mese anche. In questa situazione di preavviso talvolta è come se la mia decisione non fosse reale, come fosse un semplice proposito, un sogno, un pensiero. Così non riesco ancora a farmi scivolare tutto addosso e la pressione di questa chiusura la sento, anche se in teoria a me: che importa? Già cosa “mi importa”? Mi importa che uno dei motivo per cui lascio questo lavoro è che qualunque compito mi sia assegnato (o abbia scelto di svolgere) voglio poterlo completare al meglio delle mie abilità e quando mi rendo conto di non poterlo fare non sono serena. Ecco cosa mi importa. Mi importa di me. Mi importa di come mi concepisco come lavoratore. Mi importa della parola che ho dato e che mio padre, galantuomo di altri tempi, mi ha insegnato a rispettare.

“Al meglio delle mie abilità” ho scritto.

Oggi, tornando in ufficio dalla pausa pranzo, ho atteso il verde al semaforo insieme a un signore di mezza età in carrozzina elettrica. Eravamo allineati ai blocchi di partenza e io tenevo gli occhi fissi al semaforo, ma non appena è scattato il verde, la sua carrozzina è schizzata in avanti con un ripresa invidiabile. L’ho osservata da dietro mentre scartava una signora in bici e raggiungeva il marciapiede opposto, lasciandomi indietro. Però, una volta arrivato, il signore ha dovuto cercare un adeguato punto di salita e l’ho superato. Quando guardano di fronte a me ho visto una signore spostarsi tutta di lato, lasciando terreno libero, ho capito che la carrozzina era appena dietro di me.

Al meglio delle sue abilità, il signore in carrozzina, mi superava agilmente, ma poi il primo ostacolo lo costringeva a rallentare, valutare il percorso, aggirare e accellerare di nuovo. Non si è mai fermato del tutto e lui ed io abbiamo percorso la stessa strada, alla stessa media. Come sempre quando passavo, gli altri pedoni tiravano dritti per il loro cammino, mentre quando stava per arrivare lui si spostavano con largo anticipo, lasciando ampi spazi: non so se per solidarietà, praticità o correttezza formale. Alla prova dei fatti però l’incedere dell’uomo in carrozzina non poteva essere ignorato.  Ciascuno doveva mettersi in rapporto con esso e decidere da che parte mettersi. Stare fermi, nel mezzo, significava bloccare la marcia, essere travolto.

Tutto questo per dire: ci sono cose che ti trovi in mezzo al cammino e non puoi ignorare, esse andranno avanti, con te o senza, ma tu dovrai decidere da che parte stare o farti travolgere.

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