Fuga dal posto fisso – giorno 13

Il tredicesimo giorno i pensieri si contorcono in strane nuove forme.

Così stamattina, presa da uno dei miei sempre meno sporadici momenti di edonismo, o dalla semplice voglia di giocare con la Barbie, sono andata al lavoro vestita da donna. Mi spiego meglio: non è che di solito sia conciata come un camionista anni ’70 o un operaio Fiat, ma arrivare pulita, pettinata e truccata non basta a farsi definire femminili, anche se si è nate con la doppia X.

Per ottenere il patentino di donna occorre per prima cosa una sottana, meglio se sopra il ginocchio, qualche centimetro di tacco, un minimo di scollatura o trasparenza e un blush pesca, meglio ancora, il rossetto. Ed è così che sono arrivata in ufficio, emergendo dal mio trench nero. In realtà le calze al di sotto della gonna ricordavano un po’ le pudicissime calzamaglie delle gemelle Kessler e in quella particolare gonna io mi trovo comoda quanto nei panta jazz da palestra, ma fa nulla. Al giorno d’oggi la forma è sostanza, si sa.

Quindi ho ricevuto i prevedibili complimenti dei colleghi maschi (devo dire anche un minimo garbati) e di alcune colleghe amiche. Ciò che non mi aspettavo era il commento entusiasta e civettuolo della mia responsabile, arrivato a metà mattina: -Non ti avevo ancora detto come sei carina oggi. Ma cos’è? Ora che vai via mi tiri fuori tutte le armi? Ci fai scoprire cosa ci siamo persi? –

Aggiungo che la mia responsabile è una bella donna con un suo gusto ben definito, una specie di Dana Scully del commercio, ma ciò che mi colpisce è il commento sulle armi. Soprattutto mi chiedo: quando avrei potuto sfoderarle a al telefono con i clienti. Che, forse, la voce di una donna con la sottana ha un tono diverso? Oltre al sorriso telefonico esiste la mini telefonica? Forse, mi sovviene mentre rifletto sulla triste vita privata di Meucci, la mia responsabile non intendeva parlare di armi da sfoderare con i clienti. Forse intendeva che un maggiore impegno nel mostrare l’avvenenza nascosta (dai jeans) del mio corpo sarebbe stato un indice di altro, di una volontà di affermazione, di un interesse verso l’ufficio. Forse intende che mostrarmi come donna, in un mondo di maschi, sarebbe stato una bandiera a testimonianza di altre qualità e intenzioni. Non so se la sua intenzione fosse questa, ma visto che per l’ufficio è tardi, la prendo come una lezione futura per me.

Se sono una donna non devo avere paura di esserlo pienamente e di mostrare al mondo “la differenza”. Per quanto le femministe si strapperebbero (e mi strapperebbero) i capelli per dimostrarmi che si tratta di una differenza stereotipata, decisa dal maschio, oltre a far loro notare che pure il Maschio si imprigiona in stereotipi, posso ribattere che lotta per la parità non significa annullamento della propria specificità, al contrario, significa uso di tutte le armi a disposizione. Lotta dura, armi affilate. Se metto una mini, non sto obliterando il cervello, per lo meno… non il mio.

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4 thoughts on “Fuga dal posto fisso – giorno 13

  1. Tobia Alberti says:

    Bello.
    Interessante la riflessione.
    E finire con l’obliterazione del cervello (non il tuo) è un tocco che fa ben sorridere.

    Al prossimo giorno.

  2. ninatrema says:

    Ciao Tobia, mi piace sempre cercare la svolta comica delle situazioni. Quanto alla riflessione, verificheremo se è vera e anche se mi riesce di portarla avanti. 🙂

  3. samantagiambarresi says:

    Tra due giorni farò 34 anni e l’altro giorno pensavo a come mi vesto di solito: jeans, maglietta, e scarpa comoda se so che devo andare in giro a piedi. La prima sottana l’ho comprata una settimana fa… ma la femminilità non è qualcosa d’interiore che viene manifestata dal modo di fare? Vedo in giro tante donne con gonna e tacchi che sembrano camionisti in maschera…

  4. Nina says:

    Ciao Samanta, la femminilità traspare attraverso la voce, i gesti e le espressioni, ne sono certa. Quello di cui parlavo è un sistema di segnali e di sottolineature. Certo che ci sono in giro donne con la gonna del tutto prive di grazia, così come ci sono abbigliamenti che rendono ridicola una donna o più semplicemente volgare. A quanto pare il mio modo di interpretare lo stereotipo gonna-tacco-trucco ha generato una risposta positiva. Comunque dobbiamo ricordarci che gli altri, come noi, sono immersi nel loro mondo tutto il tempo e non si occupano di noi quanto ci immaginiamo. Non passano il tempo a veder trasparire la nostra femminilità e a interpretare la scioltezza del nostro jeans caterpillar… talvolta manco si accorgono che il semaforo davanti a loro è diventato verde! Coro di clacson: è verde!!!

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