La casa delle moire – frammento

In fondo al salotto di sua madre, nel posto di destra del divanetto in broccato veneziano, la sig.ra Martini vide una delle stropicciate amiche della propria sorella minore. Indossava dei jeans chiari attillati sulle cosce muscolose, una maglietta che necessitava una passata di ferro e un giubbetto di pelle bianca pieno di rivetti d’acciaio. I lucidi capelli scuri non vedevano un pettine da settimane, gli occhi grandi e castani erano incorniciati da occhiaie e le unghie erano tutte rosicchiate. Poteva avere 20 anni o 30 e più che un donna pareva il suo fratellino post-adolescente. Non un filo di trucco, sopracciglia diritte e incolte, ma una piega delle labbra piene che accennava appena un broncio e rendeva il sorriso, ampio e totale quando compariva, ancora più sorprendente. E in quel momento quella bocca stava sorridendo alla mamma della sig.ra Martini, che offriva il te col latte, e diceva:

– Signora, io provo tutto almeno una volta –

Che strana voce bassa e immatura, pensò la sig.ra Martini, mentre prendeva posto nella poltrona di fronte al divano, quella di destra, senza preoccuparsi di chiudere la camicetta aperta poco sopra il seno, davanti a una ragazza. Aveva litigato con il marito quel pomeriggio, era uscita di corsa in bicicletta per calmarsi con un po’ di fatica e il bottone era saltato. Ultimamente scappava spesso con la bici a quel modo e, oltre a perdere chili, guadagnava preziosi minuti lontano da quell’ometto pieno di pretese e di… pretese. Quando accadeva, spesso poi finiva a casa della madre, che vedeva quelle sfuriate di una donna che stava per compiere 45 anni con sempre minore simpatia.

Il te venne servito, il latte versato e la minuscola tazzina di porcellana inglese portata alla bocca e fu mentre il liquido caldo scendeva nella gola dell’ospite, che la sig.ra Martini vide spuntare da oltre il colletto di quella giubba di pelle bianca un generoso pomo d’Adamo. Il mezzo sorriso che illuminava la sua espressione della consueta gentilezza sparì, e gli occhi scesero da soli sulla stoffa dei jeans, nel punto in cui le attillate gambe di quei pantaloni erano cucite insieme ed erano riempite da un discreto ripieno. La sig.ra Martini alzò immediatamente lo sguardo e si trovò piantati addosso gli occhi tondi del ragazzo, senza capire se puntavano il suo mento o il bottone che aveva ceduto. Lei allungò una mano a coprirsi e le pupille del ragazzo si abbassarono per alcuni istanti e poi tornarono al suo viso. La sig.ra Martini non arrossì: avvampò. Il ragazzo posò la tazza senza distogliere lo sguardo e, gomito poggiato al bracciolo, sistemò una delle sue guance lisce da donna dentro una mano, come per concentrarsi meglio. Non diceva nulla e la sig.ra Martini, sempre cercando di riavvicinare con aria distratta i lembi della camicetta, cercò la madre a destra e a sinistra: dov’era finita? Quando tornò a guardare davanti a sé gli occhi del ragazzo erano sempre lì

– Per favore smetti, se no continuo a guardare –

Lo aveva detto davvero? Aveva sentito bene? Mentre lei boccheggiava, la madre arrivò con una scatola di biscotti al burro e la spalancò davanti al ragazzo. Una manciata di biscotti sparì nella sua bocca senza un crunch.

– Mamma, per caso avresti uno scialle da pres… –

– Ti fermi per cena? –

– Alberto mi aspetterà a casa –

La madre, la vedova Anselmi, maestra elementare in pensione, si sedette nella poltrona accanto a quella della figlia e rivolta verso l’ospite sbottò: – hanno litigato di nuovo, lei e il marito. Anche voi giovani fate così? –

– Io non litigo mai – disse il ragazzo con una smorfia della sua bocca da donna e le sopracciglia diritte come una fucilata si alzarono a sostenere la dichiarazione.

– Eh! La Vittorina invece qui è un po’ una furia quando si arrabbia, come tutte le persone troppo buone, e forse è meglio che lasci sbollire il marito qualche ora prima di tornare a casa. Vuoi dell’altro té, caro? –

Venne fuori che il ragazzo si chiamava Sebastiano ed era un compagno di università di Veronica o meglio, un amico dell’ambiente, visto che lei era alla seconda laurea e lui al secondo anno della prima, da un po’ di tempo. Eppure alla madre era abbastanza simpatico  che le sue solite battute sugli studenti lazzaroni non vennero fuori e un venticinquenne pigro si prese una seconda e poi una terza razione dei suoi preziosi biscotti al burro. Vittorina non riusciva a capire perché un ragazzo della sua età, venuto a cercare la sorella senza trovarla, non fosse ancora fuggito dalla compagnia di una signora anziana e della figlia stagionata. Finì che passarono il pomeriggio in beata chiacchiera. Beata secondo i gusti della sig.ra Anselmi: lei a parlare e due visi ad annuire sorridendo. Però Sebastiano ogni tanto infilava una battuta che faceva ridere tutti e così fu meno pesante anche per Vittorina, sebbene quegli occhi grandi finissero di tanto in tanto dentro la sua camicetta. Quando si furono fatte le sei e il sole stava già sparendo all’orizzonte la vedova Anselmi si convinse che il genero aveva sbollito abbastanza e iniziò a insistere che Sebastiano accompagnasse la figlia a casa in auto. Vittorina non voleva e portò la scusa della bici, ma il ragazzo era dotato di una vecchia station wagon e non ci furono santi. Caricata la bici, i due partirono.

A metà del percorso il ragazzo riattaccò: – sinceramente, smettila –

– Cosa? –

– Lo sai –

– Ma, ma è imbarazzante stare così e… poi tanto guardi anche quando non lo faccio –

Il ragazzo abbassò la testa mordendosi il labbro inferiore e poi, sempre col labbro fra i denti, sorrise verso lo specchietto di sinistra.

– Mah… non nei sarei tanto sicuro –

– Ti ho beccato più volte –

– Sono fuori allenamento. Comunque… quando armeggi con la mano è peggio –

Vittorina alzò gli occhi al cielo, più che imbarazzante, la situazione diventava ridicola.

– Inutile che alzi gli occhi al cielo falsamente pentita, signorinella. Quindi… per la nostra incolumità: smettila –

Vittorina rise, coprendosi il petto con entrambe le mani.

– Ma sì, non avere pietà: ridi di me. Tanto… sono solo un cavaliere che ti accompagna a casa! –

Vittorina continuava a ridere e lui sorrideva.

– A proposito… vuoi andare a casa? –

– E dove vorresti andare? –

– Lascia perdere. Dove vuoi andare tu? Per me non c’è problema: ti porto –

Erano fermi a un semaforo. Vittorina si voltò a guardarlo in faccia e lui anche, tranquillo.

– Portami a casa –

– Sicura? –

– Sì –

– Ok –

Il semaforo divenne verde e ripresero la marcia. Arrivarono nei pressi della casa che Vittorina divideva con il marito da 25 anni e lei gli chiese di fermarsi un poco prima.

– Sei sicura che vada tutto bene? Non è stata una brutta litigata? Non sei… non so… tutto bene? –

– Tutto bene. Grazie –

Sebastiano scese per aprirle e scaricare la bicicletta. La passò nelle mani di Vittorina.

– Grazie per il passaggio e grazie per … per … –

– “Grazie per” va benissimo. “Grazie per” anche da parte mia –

Vittorina fece scattare in avanti la mano destra, il ragazzo la prese con decisione e poi l’attirò a sé per darle un bacio sulla guancia.

– Vittorina… è stato un piacere.  –

Mentre risaliva in auto, cercò un taccuino e una penna nel portaoggetti, scrisse il suo numero su un foglio e glielo consegnò.

– Non ci saranno problemi, ma nel caso… – poi le strizzò l’occhio e partì.

Vittorina restò a lato della strada alcuni minuti, guardando diritto davanti a sé. Poi voltò la bici, ci montò sopra e pedalò verso casa della madre. Decise che sarebbe entrata nella stanza di Veronica, usando un vecchio trucco di sua sorella e avrebbe dormito lì. Quella notte non ce l’avrebbe fatta a dormire con suo marito, quella notte si sentiva troppo piccola per dividere il letto con un uomo di 60 anni.

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3 thoughts on “La casa delle moire – frammento

  1. Nina says:

    Grazie Samanta 🙂 l’equivoco iniziale è tutto: dice molto dell’aspetto del ragazzo, scatena il gioco di sguardi, rende vulnerabile la mia “mezza sciura”, e dice qualcosa dei gusti dell’autrice ahahah :p per lo meno di quelli passati

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