Knzbrg

“Knzb” oppure “Knezeebrg” o, magari, “Knenznbr”. La notte prima quella cameriera smunta aveva gridato qualcosa del genere mentre i bodyguard la scortavano fuori dal giardino. “Kneebergz” forse? Le tempie le pulsavano mentre schermiva la luce attraverso le unghie finte rosa e tentava di alzarsi dal letto. Com’è che c’erano le imposte aperte? Si trascinò in bagno con una mano davanti alla faccia. “Zneberg”? No, da qualche parte c’era anche una kappa. Oddio, non riusciva a smettere di pensarci. Si tolse il pigiama in qualche modo, litigando con le unghie da 3 centimetri rifatte giusto per la festa del giorno prima e si mise a bocca aperta sotto la doccia.

Fu nell’aprire l’accappatoio davanti allo specchio del bagno che notò quella strana cosa appena sopra il seno sinistro e il pasticcio di consonanti che si era incastrato fra gli ingranaggi della sua mente perse importanza. Cos’era? Un’unghia finta? Eppure era bianca, quasi trasparente mentre le sue dita erano incappucciate di rosa, tutte e dieci. L’unghia finta di un’altra invitata? Che schifo! Cercò subito di strapparsela dal petto ma la guaina che sentì sotto il polpastrello e le vestigia di una fitta di dolore al petto la congelarono. Cercò a tastoni, indietreggiando, il bordo della vasca idromassaggio. Si sedette. Chiuse gli occhi, si morse un labbro e passò piano un dito sulla cosa.  Era una scaglia. Era una scaglia liscia e flessibile che spuntava dal suo petto. La suoneria del cellulare la fece sobbalzare.

– Cosa cazzo me ne frega che mi chiami? Eh? Non sono arrivata e allora? Mi faccio dire da te cosa fare? Dimmi, me lo faccio dire da te che sei una povera cretina? Devi mandare il pony! Il pony, ti ho detto, con i documenti! Cosa cazzo te ne frega quando arrivo io? Chiama il dottor Marucchelli e digli… lo sai chiamare il dottor Marucchelli, carina? Allora… vai alla mia scrivania, apri il cassetto, il primo di destra… PRENDI QUELLA CAZZO DI AGENDA E FISSI CON IL DOTTORE. URGENTE! Grazie –

Gettò il telefono sul letto, dove lo aveva raccattato. Era mezzogiorno. Cazzo!

Prese camicia e pantaloni dall’armadio senza guardare il colore, infilò i mocassini e afferrò la borsa. Era già alla porta quando si ricordò che non si era truccata. Un altro sonoro “cazzo” mentre gettava la vuitton a terra ed era già in bagno a passare un paio di strati di terra prima della solita spessa riga di matita nera, il suo trucco da giorno. Arrivò in studio senza trovare traffico, l’una di domenica era l’unico momento in cui si poteva guidare in città. Aprì la porta ed eccoli là tutti imbambolati alle scrivanie. Meno male che era arrivata a dargli un po’ di vita e a sistemare tutto! Senza il suo intervento c’era il rischio che si arrivasse all’udienza impreparati.

Si ricordò della scaglia diverse ore dopo, quando per sopravvivere al caldo aveva aperto e allargato i lembi della camicia e una delle nuove l’aveva fissata arricciando quel suo nasino da ventenne. Aveva richiuso tutto e se n’era andata in bagno alla prima occasione. Le scaglie erano molte di più e spuntavano tutte vicine, allungandosi a punta verso il seno.  Afferrò il bordo del lavandino per non cadere. Tutta la stanza le girava attorno. Le tornarono alla mente quel pugno di lettere: “knezerbog” o era “nekzebog”? Oppure…

Quando sentì bussare doveva essere passato altro tempo. La luce che entrava dalla finestra del bagno si era molto affievolita. Dalla sua bocca un lungo filo di saliva colava sul bordo del lavandino e da lì nello scarico.

– Dottoressa Della Ripa sono le otto passate… noi andremmo a casa –

Non disse nulla ma strappò diversi asciugamani di carta per levarsi quello schifo dalla faccia.

– Dottoressa Della Ripa? Si sente bene? –

– Knnneee… enzennkeee… –

– Dottoressa… tutto bene? –

– COSA CA… bene… bene, sto bene. Andate pure, ci vediamo domani. Grazie –

Qualcuno tentò di entrare ma la porta era chiusa dall’interno con il chiavistello. Non ricordava di averlo tirato ma andava bene.

– ANDATEVENE! Grazie –

Sentì rumore di passi che si allontanavano poi la porta che si chiudeva. Si fissò nello specchio per trovare il coraggio di aprire la camicia. Le mani le tremavano e le unghie finte non rendevano più semplice il movimento. La stoffa della camicia era scivolosa, sembrava unta. Inoltre, le sembrava molto più vuota.  Quando i bottoni furono tutti slacciati aprì di colpo. Sbatté gli occhi più volte, non riusciva a capire cosa stesse guardando. Il suo seno non c’era più. Il suo grande, rotondo, generoso seno, che con orgoglio si era rifiutata di ridurre per poterlo rialzare chirurgicamente agli antichi splendori, non c’era più. Al suo posto due tenere cicatrici che si andavano chiudendo sotto i suoi occhi mentre le scaglie già iniziavano a coprirle lungo i bordi.

La testa iniziò a pulsare, a martellare da dentro, mentre il mondo attorno a lei sfocava via liquefacendosi. Le gambe le tremavano e quando il piede destro, cercando equilibrio, affondò con tutto il mocassino in qualcosa di flaccido l’urlo arrivò e durò sino a che lei ebbe fiato.

Si svegliò nella puzza di marcio che proveniva dalla pozza su cui si era svenuta ore prima. Qualcosa di appiccicoso la incollava al pavimento. Scoprì di poter muovere un braccio e fece leva per scollare il busto e alzarsi. Il suono di strappo che seguì le rivoltò lo stomaco. Sotto la camicia coperta da una patina di grasso rappreso e sangue la chiazza di squame si estendeva a forma di rombo dalla clavicola sin quasi all’ombelico. Il punto di maggiore ampiezza era sul petto, dove un nuovo tenue gonfiore coperto di scaglie aveva sostituito le cicatrici dei suoi seni. Non ebbe il coraggio di toccare. Grattò invece la guancia che prudeva, scoprendo che la causa erano i suoi capelli. Ora le sue ciocche decolorate e tinte di biondo non erano che steli di paglia secca. Li pulì via e si toccò la testa: era calva e ricoperta da una pelle compatta e scivolosa. Iniziò a piangere con piccoli uggiolati da cane ferito. Anche volendo non sarebbe riuscita a scoppiare in singhiozzi, sentiva la testa gonfia e pronta ad esplodere. Nessun mal di testa da sinusite era paragonabile a quel dolore.

Quando fu stanca anche del pianto si tirò su in piedi e cercando di togliersi i pantaloni, anch’essi imbrattati, vide che le sue unghie erano raddoppiate in lunghezza, poiché da sotto quelle finte rosa ne spuntavano altre di un tenue color malva, molto più dure delle sue vere di un tempo. Staccò le unghie finte con rabbia, calciò via i pantaloni e si avviò verso la doccia. Per fortuna ne aveva fatta installare una durante il restauro dell’ufficio. Non le era mai piaciuto il profumo del sapone liquido da due soldi che forniva la ditta di pulizie ma in quel momento fu una benedizione.

Mentre si lavava cercò di non guardarsi, ma fu impossibile non sentire la pelle che si apriva e crollava morta dalle sue membra come l’intonaco di un muro muffito. Sotto di essa spuntava la stessa pelle compatta e scivolosa del cranio, tinta di una tonalità violacea simile a quella delle unghie, ma ben più pallida. Quando ebbe finito chiuse l’acqua e cercò la sacca della palestra che aveva scordato in ufficio la settimana prima. Dentro trovò solo un telo di spugna, panta jazz bianchi e una t-shirt oversize grigia. Si asciugò nel telo di spugna cercando di non toccare le squame e si vestì. Poi riunì tutto il coraggio rimasto e si voltò verso lo specchio. La faccia ossuta dall’altra parte del vetro sorrise.

La cosa le ghiacciò il sangue nelle vene. A lei non andava per nulla di sorridere. I suoi occhi sporgevano gonfi e arrossati come due cachi maturi. I suoi capelli erano spariti e la mandibola, che adesso doleva anche più della testa, aveva assunto una forma triangolare mai avuta in passato.

“Chi cazzo sei? Dico: CHI CAZZO SEI TU?”

La faccia nello specchio continuava a sorridere a labbra serrate. Poi la mano destra sembrò muoversi da sola e un dito andò a tastare maligno i suoi occhi. Lei voleva gridare ma una voce dentro la sua testa disse: “Sono pronti”.

La dottoressa Della Ripa boccheggiò. Cosa è pronto? Cosa è pronto per cosa? Ma fu presto chiaro. La mano destra scattò sull’occhio e quelle nuove unghie appuntite si conficcarono nel bulbo e strapparono con ferocia prima che lei potesse pensare: non farlo!

Un fiotto di sangue seguì il bulbo oculare nel lavandino. Poi la schiena si piegò in avanti e lei sentì l’acqua fredda contro la faccia.

Quando  tornò a guardare nello specchio vide che un altro occhio aveva sostituito il suo. Il nuovo occhio aveva l’iride viola e una pupilla stranamente grande. La mano crudele che aveva strappato il suo lo proteggeva dalla luce diretta della lampada al neon. La bocca sorrise di nuovo. Di nuovo una mano scattò. L’occhio sinistro raggiunse il fratello nel lavandino mentre i suoi nuovi occhi viola si adattavano alla luce e stringevano grandi pupille a ogiva. La testa smise quasi del tutto di dolere.

La mano però non aveva finito. La bocca si spalancò e le dita frugarono in cerca di denti traballanti. La nuova conformazione della mandibola li aveva tutti accavallati. Stavolta non pensò neppure di fare resistenza e in poco tempo una trentina di perline imbiancavano il lavandino.  Stanca, sdentata e tremante voleva riposare accucciata sul pavimento, ma la voce non era ancora soddisfatta e martellava nella sua mente:

“Scegli!”

Non le lasciava distogliere lo sguardo dal lavandino, ma lei vedeva solo i suoi poveri occhi e quella manciata di sassolini che erano stati i suoi bianchissimi denti.

“Scegli!”

Disse di nuovo la voce. Lei allungò un dito a indicare uno degli occhi, il meno sanguinolento, e la voce fu contenta. La mano cattiva di prima raccolse l’occhio con grande delicatezza e lo portò verso il petto. La donna chiuse gli occhi e la bocca perché temeva di doverlo ingoiare, ma la bocca restò serrata e quando osò guardare di nuovo la mano era vuota. Stremata, si accasciò sul pavimento. La cosa dentro la sua testa canticchiava una nenia fatta di consonanti e suoni striduli, qualcosa che le ricordava il “knbrzg” della cameriera. Eppure non si sentiva male. Capiva che il suo corpo non stava affatto diventando più debole. Le gengive avevano iniziato a prudere e tastando con la lingua sentì che nuovi appuntiti denti si facevano strada verso la superficie.

La voce dentro la testa rise.

“Uomo arriva”

Prima che potesse inventarsi una scusa o trovare un nascondiglio la porta si aprì e la guardia notturna fu nel bagno. Mentre l’uomo la guardava senza capire cosa avesse davanti, lei si accorse che l’aria era soffocante, densa di un profumo dolciastro e penetrante che veniva dalla sua nuova pelle. Si alzò. L’uomo non parlò e non si mosse mentre lei gli sfilava il pesante mazzo di chiavi dalla cintura e andava alla porta. Lo chiuse dentro e se ne andò, scalza e calva, senza che l’uomo cercasse di fermarla.

Cercò al buio le scale che portavano al garage sotterraneo. Prese tutte le chiavi di scorta lasciate al gabbiotto del custode e le provò sino a che trovò il mazzo che apriva un’auto dai vetri oscurati. Si mise al volante e aspettò che la voce nella sua testa parlasse di nuovo. Poi mise in moto e guidò sino al mare.

Mentre la notte scorreva sotto le ruote, la nuova pelle si asciugava sempre più e iniziava a tirare. L’ossigeno inalato senza il filtro delle branchie le bruciava la gola. Gli occhi lacrimavano. Immagini di fondali oscuri scoppiavano nella sua mente come papaveri che esplodono nell’estate. Bramava le onde fredde e salate sulla pelle, bramava l’oscurità e il silenzio delle acque profonde, mentre la voce cantava di streghe e navi fantasma nella sua mente.

“Knezebger, nagab oe kanakbreg…”

Il sole stava sorgendo alle sue spalle, inseguendo l’auto come un drago infuocato, ma il mare era vicino e non appena ne sentì la spuma infrangersi ai piedi della costa, fermò l’auto, prese la rincorsa e si lanciò nel vuoto. L’acqua la colpì come una parete di cemento e temette di svenire, ma la voce dentro di lei continuava a cantare e per qualche ragione, non poteva smettere di ascoltarla. Le scaglie che adesso coprivano anche i lati del collo si aprirono accogliendo l’acqua e lei sentì che l’acqua la calmava, che il sale più non le bruciava gli occhi e che ogni percezione si attutiva, diveniva un’eco lontana. Si addormentò mentre la creatura nuotava senza posa e ancora si trasformava. Nel sonno, ascoltava la voce cantare e sentiva le correnti marine che carezzavano il petto coperto di scaglie. Lì sotto, in un caldo nido, la donna  adesso dormiva e sognava le canzoni della sirena.

Quando le acque tornarono calde attorno alle distese di coralli, la sirena tornò a scendere verso l’oscurità per trovare la grotta dell’incantatrice. Il suo ingresso era segnato da due linee di corallo rosso che crescevano attorno alla fenditura come carnose labbra di osso. Knzbrg entrò ritta e fiera, la mano affondata tra le scaglie del petto già pronta a pagare il tributo. Superò le murene che danzavano a fauci spalancate appena oltre la soglia. Superò la pareti di anemoni urticanti. Resse lo sguardo dell’incantatrice dagli occhi di murena ed estrasse il suo dono dalla fessura tra le scaglie del petto.

Quali meraviglie vide allora la donna, mentre passava dalla mano di Knzbrg al tentacolo dell’incantatrice! Ma il prodigio più grande di tutti, non furono le murene danzanti attorno al trono, non furono gli anemoni che illuminavano la sala, non fu neppure il trono d’ossa su cui sedeva la strega. Meraviglia delle meraviglie la colse quando il tentacolo la rivoltò ed essa vide se stessa giovane e bella sirena sostare ritta come un cavalluccio marino nella soglia della sala e dire addio con la voce di Knzbrg. Avrebbe voluto guardarsi meglio, avrebbe voluto fosse solo un riflesso, ma Knzbrg le voltò le spalle e di lei non lasciò che un occhio fatato dentro una sacca di muco.

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